Corte dei Conti: “Centri per l’impiego inadeguati, serve coordinamento centrale”

L'indagine della Corte dei Conti sul "Funzionamento dei centri per l'impiego nell'ottica dello sviluppo del mercato del lavoro"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:06

E’ necessario un maggiore coordinamento dei centri per l’impiego per avere prestazioni migliori per l’accesso al mercato del lavoro. E quanto emerge dall’indagine della Corte dei Conti sul “Funzionamento dei centri per l’impiego nell’ottica dello sviluppo del mercato del lavoro“, secondo la quale è stata “inadeguata” l’azione dell’Anpal nell’attività di monitoraggio.

“Nel nostro Paese – si legge – esistono eterogenei assetti organizzativi, con approcci, metodologie e sistemi informativi diversificati e sovente non dialoganti”. E’ invece, essenziale una “definizione chiara di misure, interventi e regole coordinata dal livello centrale“.

Corte dei Conti: “Serve coordinamento centrale dei centri per l’impiego”

“Nel sistema italiano – scrive la Corte – i principali erogatori di servizi delle politiche attive per il lavoro sono i Centri per l’impiego. E’ emerso che gli eterogenei assetti organizzativi provinciali dei Cpi, confluiti all’interno delle reti regionali, presentano profonde differenze, anche dal punto di vista delle dotazioni strumentali e delle risorse umane, che hanno influenzato, in modo considerevole, i risultati di efficienza gestionale degli interventi resi sui territori locali”.

Per la Corte, riportata da Ansa,  è essenziale una definizione chiara di misure, interventi e regole che, “pur consentendo il dovuto margine di flessibilità richiesto dalle specificità territoriali sia coordinata dal livello centrale, al fine di assicurare sia una maggiore rispondenza dell’operatività dei Centri per l’impiego alle esigenze regionali, che fornire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale”.

Corte dei Conti: “Inadeguata azione di Anpal”

Le procedure di raccolta e analisi dei dati registrati a livello territoriale gestiti su data base locali hanno, inoltre, rilevato – prosegue l’indagine – “una inadeguata azione di Anpal nell’attività di monitoraggio ad essa intestata, i cui rapporti annuali risalgono al 2017. Nonostante l’Agenzia abbia avviato un processo di trasformazione digitale per l’evoluzione dei sistemi informativi così da consentire, tra l’altro, l’interscambio di flussi documentali e l’integrazione tra i diversi sistemi in uso, anche in vista dello sviluppo della Piattaforma digitale per la gestione dei beneficiari di Reddito di Cittadinanza, la messa a punto del Sistema unico avviene con notevoli difficoltà anche per una non adeguata dotazione informatica a livello territoriale e un collegamento in rete non adatto alle nuove funzioni dei Centri”. I Sistemi attualmente in uso dovrebbero essere “integrati e interoperabili per garantire i Livelli essenziali di prestazione con una logica di case management”.

Rispetto alla specificità di ciascun utente, occorre che, con il coordinamento del Ministero del lavoro vengano predisposti percorsi individuali di orientamento alle politiche attive previste nel sistema regionale; effettuando un monitoraggio costante del mercato del lavoro, attraverso una più incisiva campagna di informazione e di comunicazione e garantendo servizi specializzati anche a favore delle categorie a rischio.

Secondo la Sezione del controllo, poi, particolare attenzione dovrà essere rivolta ai giovani in transizione scuola-lavoro, ai lavoratori in mobilità o in esubero nonché ai lavoratori con caratteristiche soggettive di svantaggio sociale.

Per quanto riguarda l’attuazione del Reddito di cittadinanza, ad ottobre 2020, rileva la Corte, il numero complessivo dei beneficiari soggetti alla sottoscrizione del Patto per il lavoro (i cosiddetti Work Ready) – comprensivo di alcune categorie (esclusi o esonerati, presi in carico e inseriti in una politica, rinviati a percorsi di inclusione sociali) – era pari a 1.369.779, mentre coloro che hanno avuto almeno un rapporto di lavoro successivo alla domanda di RdC era di 352.068, di cui 192.851 ancora attivo.

Il 65% dei soggetti ha firmato un contratto a tempo determinato, il 15,4% un contratto a tempo indeterminato e il 4,1% un contratto di apprendistato; il 69,8% dei contratti a tempo determinato ha una durata inferiore ai 6 mesi, mentre una quota del 9,3% ha superato il termine annuale.

I contratti di lavoro, nel complesso, hanno riguardato soprattutto professioni (non qualificate) nel commercio e nei servizi, seguiti da quelli associati a professioni qualificate nelle attività ricettive e della ristorazione; in minima parte hanno interessato il settore metalmeccanico-artigiano.

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