Consultazioni musicali al telefono: arte e conforto in una voce “tra parentesi”

Il giovane attore e cantante, Mattia Braghero, racconta a Interris.it la nuova iniziativa del Theatre de la Ville e della Pergola di Firenze: "Le persone hanno bisogno di essere ascoltate"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 7:00

La voce come veicolo di bellezza. E come strumento di conforto. Un incontro, concentrato in pochi ma indimenticabili minuti, nei quali le barriere della paura e dell’insicurezza vengono abbattute da gesti semplici di ascolto e dono. Le consultazioni poetiche, iniziativa del Theatre de la Ville di Parigi e del Teatro della Pergola di Firenze hanno riscosso successo per questo. Qualche istante di conversazione, di divertimento ma anche di confronto, lasciando da parte le ansie di un periodo complicato oppure sfogandole, per poi aprire il cuore alla bellezza di un verso. Niente che la musica non fosse in grado di fare. Materializzarsi laddove il dialogo precedente ha creato i presupposti per farlo. Regalando a chi ascolta la consapevolezza di aver ricevuto qualcosa di prezioso. “Le persone, provate da quello che stiamo vivendo, hanno bisogno di parlare – spiega a Interris.it Mattia Braghero, attore e cantante, protagonista delle consultazioni -. Sapere di poter contare sull’arte e sul conforto, per loro è molto importante”.

 

Mattia, dalle consultazioni poetiche a quelle musicali: il raggio d’azione dell’arte si allarga sempre di più e il filo diretto con il pubblico ne esce più rinsaldato che mai…
“L’obiettivo è proprio questo. Abbiamo iniziato con le consultazioni poetiche, che in Francia esistono da molto tempo ed erano fatte in presenza, nei bar, nelle biblioteche… Poi sono diventate anche ballate, scientifiche. Durante il primo lockdown, il Theatre de la Ville, in collaborazione con il Teatro della Pergola, hanno avuto l’idea di farle per via telefonica e hanno avuto molto successo. Hanno successivamente arricchito la proposta per il pubblico, mettendo a disposizione anche le consultazioni musicali. Lo svolgimento è sullo stesso modello: i musicisti si confrontano con le persone che si prenotano, per capire il loro stato d’animo, le loro emozioni, il modo in cui stanno vivendo questo periodo così difficile. Poi scelgono una canzone, a volte anche un’improvvisazione, che possa essere di sollievo, distogliendo il pensiero da questione pressanti. O magari anche per ricalcare lo stato d’animo delle persone in quel momento”.

Oggi abbiamo una concezione della comunicazione basata soprattutto sull’immediatezza dell’immagine. Utilizzare uno strumento come il telefono per trasmettere alcuni minuti di arte è anche un modo per riscoprire quanto bene può fare ascoltare una voce?
“Lo spero. E’ vero, viviamo in un momento storico in cui l’immagine è tutto e automaticamente tutto si basa sul giudizio. Le consultazioni poetiche eliminano l’aspetto dell’immagine e anche quello del giudizio. Le persone sono contattate con numero anonimo. E’ come se fossimo dei perfetti sconosciuti che entrano per venti minuti nella vita di una persona per poi uscirne definitivamente in un certo senso. Questo porta le persone ad avere la possibilità di aprirsi senza che l’interlocutore possa in alcun modo giudicarlo. E’ un momento quasi tra parentesi all’interno della giornata. Io sono un attore e cantante, ho fatto dell’uso della voce la mia passione e la mia professione. Ritengo sia uno strumento molto importante ma, spesso, messo in secondo piano proprio perché oggi ci si base di più sull’immagine”.

Invece la voce torna protagonista, oltre che veicolo di cultura e bellezza…
“E’ vero, come una volta accadeva per i drammi trasmessi via radio”.

Il lockdown ci ha costretti a rivedere molto le nostre forme di comunicazione. Spazio agli schermi, meno all’interazione personale. In questi momenti c’è bisogno di ascolto…
“Assolutamente. Io ho fatto le consultazioni poetiche sia nella prima chiusura che ora. Le persone hanno veramente tanto bisogno di parlare, di sfogarsi, di essere in un certo senso confortate, di avere un momento di bellezza, di evasione. Ancora di più in una situazione in cui sono costrette in casa, senza poter fruire della bellezza in un museo o in altri luoghi. E in questo contesto, tutto ciò che rimane sono il computer e la televisione. Avere la possibilità di evadere perlomeno a livello uditivo e avere una finestra aperta sull’arte, sulla poesia e sulla musica è molto importante”.

Il vostro progetto ha interessato determinate fasce d’età o è riuscito ad aprirsi a un pubblico più vario? Penso soprattutto ai giovani…
“La ‘gamma’ è stata abbastanza varia. Abbiamo avuto dei bambini di 5-6 anni e adolescenti, ma anche persone grandi. Inoltre insegnanti, medici, chi veniva a teatro e chi no… E’ stata una cosa che ha coinvolto un pubblico molto eterogeneo”.

A questo proposito, l’andare a teatro è stata sempre una consuetudine per le scuole. Le consultazioni al telefono possono stimolare un riavvicinamento dei ragazzi alla bellezza dello spettacolo dal vivo?
“Sicuramente sì. Il tema della concezione del teatro negli ultimi anni è molto spinoso. E’ sempre più difficile portare il pubblico nelle sale e lo era anche prima del Covid. Un impegno delle scuole, come delle famiglie e degli stessi teatri, dovrebbe essere mirato a questo riavvicinamento. Io faccio parte del gruppo dei nuovi giovani attori del Teatro della Toscana, che per due anni ha gestito il Niccolini di Firenze. In quel periodo siamo andati nelle scuole o le abbiamo invitate, per fare incontri o piccoli corsi di drammaturgia, abbiamo fatto spettacoli che avessero attinenza col percorso scolastico. E tutto questo per provare ad avvicinare le nuove generazioni al teatro, proprio perché andarci è un ‘rituale’ che si stava un po’ perdendo. Sicuramente, anche questa iniziativa può essere un modo per riavvicinare le persone alla bellezza, non quella frugale ma quella profonda che a volte si perde un po’ nella frenesia della nostra epoca”.

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