Nel centenario della nascita di don Oreste Benzi, Rimini celebra la memoria di uno dei sacerdoti più carismatici della Chiesa italiana, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII e instancabile difensore degli ultimi. A ricordarlo su “La Stampa” è don Aldo Buonaiuto, suo collaboratore per quindici anni, che ne ripercorre la vita fatta di preghiera, carità concreta e coraggio evangelico. «Quando si trattava di combattere un’ingiustizia non faceva sconti a nessuno», afferma, definendolo un “contemplattivo” capace di unire azione e spiritualità. Don Benzi era noto per il suo amore incondizionato verso i “non amabili”, come amava definirli: tossicodipendenti, clochard, disabili, ragazze vittime di tratta, detenuti, rom. Un uomo che non temeva di esporsi, neppure nei contesti più delicati, come dimostrano i suoi viaggi nei campi rom o l’incontro con Gheddafi. Per tre giorni, la sua città natale ospita celebrazioni, incontri e testimonianze che ricordano l’“uomo di Dio” che dormiva poche ore su una vecchia poltrona e viveva alla massima intensità, fedele solo al Vangelo e alla voce dei poveri.
Il ricordo
«Quando si trattava di combattere un’ingiustizia non faceva sconti a nessuno», racconta nel centenario di don Oreste Benzi il sacerdote che gli è stato accanto negli ultimi 15 anni di vita. Don Aldo Buonaiuto prosegue la missione del “folle di Dio” nella comunità Giovanni XXIII da lui fondata per dare voce a chi non ha voce. «Non poteva fare a meno ogni giorno di due cose: pregare il Rosario e mangiare aglio. Al mattino iniziava con una spremuta aglio-cipolla come “antibiotico naturale” e al bar davanti Montecitorio faceva sempre mettere nel cornetto qualche spicchio d’aglio». Si occupava degli «invisibili» che per mezzo secolo ha accolto tra mura domestiche: «Disabili gravissimi, infermi, persone prive del conforto del calore umano. Il deserto che profeticamente ha attraversato include la solitudine dei cuori. La sua convinzione era che l’amore disarma perché, quando uno si sente amato a qualsiasi costo, non teme più, lascia cadere le armi e al posto dell’odio subentra l’amore, la menzogna cede il passo alla verità e la morte alla vita». Per tre giorni, in occasione del centenario della sua nascita, l’inventore delle case-famiglia viene ricordato a Rimini tra celebrazioni e incontri. Ieri affollata messa sulla spiaggia del cardinale Matteo Zuppi.
Chi è stato don Benzi?
«Un uomo e sacerdote controcorrente, un rivoluzionario modernissimo pur dormendo una manciata di ore a notte su una vecchia poltrona e girando come una trottola su auto scassate. Era innamorato folle di Dio, portava i giovani a Canazei dove era riuscito a realizzare un albergo andando negli Usa a fare una colletta affinché i suoi ragazzi potessero avere “un incontro simpatico con Cristo” e integrando altri giovani con gravi disabilità che all’epoca erano rinchiusi negli istituti. Con la tonaca lisa soccorreva nelle stazioni e nei parchi i tossicodipendenti e i clochard che tutti fingevano di non vedere. Quando difendeva gli zingari non era benvoluto. Lottò per chiudere gli istituti, considerandoli “prigioni dorate” dove c’era tutto, non l’amore».
Come lo ha conosciuto?
«Ero un giovane seminarista e lo ascoltai parlare degli ultimi e di temi profondi in modo semplice e diretto. Ne rimasi folgorato, lui aveva già diffuso nei cinque continenti la sua comunità e mi disse di raggiungerlo nella zona industriale di Firenze. Lo ritrovai nei campi con le corone dei rosari in mano: convinceva le vittime della tratta a scappare con lui. Mi chiese di prendermi cura di una di queste giovani schiave. Ero molto imbarazzato ma da allora non l’ho più lasciato. Non sono mai riuscito a dire un no a don Oreste anche quando non capivo i suoi obiettivi. È stato dono e privilegio affiancarlo ma non è stato facile. Non voleva perdere la coincidenza con Dio e quindi viveva ad alta velocità».
Cosa direbbe oggi di fronte alla tragedia di Gaza?
«Non resterebbe in silenzio. In quella Terra Santa che don Oreste tanto amava e dove oggi si consuma un atroce genocidio di fame e di sete lui non avrebbe taciuto, si sarebbe recato senza timore anche dai leader israeliani e palestinesi perché credeva nella forza del confronto così come fece quando andò ad incontrare sotto una tenda il colonnello Gheddafi che al termine disse ai suoi: “Questo uomo di Dio lo voglio rivedere”. Non si sarebbe dato pace per portare aiuto ai bambini della Striscia cercando strade impensabili. Non avrebbe smesso di dare il tormento a chi può fare corridoi umanitari».
Scomodo per la Chiesa?
«Non faceva sconti e non andava a braccetto con nessuno. Parlava con chiunque e non l’ho mai sentito dare più importanza al potente di turno, anzi, a volte si appisolava mentre parlavano i “grandi”. Al contrario le parole dei piccoli e dei deboli le interpretava come la voce stessa di Dio. La Chiesa l’ha amata più di sé stesso soffrendo quando non si comprendevano le sue iniziative spesso dirompenti».
E il nome “contemplattivo”?
«Andavamo a parlare di Gesù e a confessare nelle discoteche, a pregare davanti agli ospedali per difendere la vita nascente, occupando le strade per dare voce agli oppressi e denunciando le ingiustizie insopportabili. Era un mistico, immerso nella vita evangelica. Con Cristo e la Madonna parlava come in presenza. Non tralasciava mai il rosario, la recita del breviario, la messa quotidiana. Da questo rapporto intenso con il Cielo traeva la forza per condividere la vita con gli ultimi ed essere un fratello del suo prossimo. Per lui l’uomo sa stare in piedi solo se sa stare in ginocchio. Quante mamme ha convinto a non abortire, quante “donne crocifisse” ha liberato dal racket degli aguzzini, quanti consacrati in crisi ha soccorso, a quanti poveri ha ridato il sorriso, quanti giovani ha rivitalizzato».
Fonte: La Stampa

