Maxi blitz antimafia a Palermo: decimata la cosca di Brancaccio-Ciaculli

Uno dei mafiosi non voleva la figlia di un'amica andasse alla manifestazione in ricordo della strage di Capaci: "Falcone, che cosa inutile"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:08

Polizia e Carabinieri, su delega della Procura di Palermo, hanno fermato 16 persone accusate di associazione mafiosa ed estorsione aggravata del metodo mafioso nell’ambito di una operazione che chiude due anni di indagini sul mandamento mafioso di Brancaccio-Ciaculli. L’operazione è stata denominata “Stirpe” e “Tentacoli”.

L’inchiesta ha svelato gli organigrammi delle famiglie mafiose di Roccella e di Brancaccio, individuato gli elementi di vertice dei clan e ricostruito 50 episodi estorsivi.

Secondo gli investigatori, al vertice della famiglia mafiosa di Roccella, finita sotto inchiesta insieme a quella di Brancaccio, sarebbero Giovanni Di Lisciandro e Stefano Nolano: avrebbero gestito la rete relazionale mafiosa, fissando gli incontri con gli altri associati con la massima riservatezza e avrebbero gestito i proventi delle estorsioni e del traffico di stupefacenti con particolare attenzione al mantenimento dei familiari dei detenuti. Il territorio, emerge dagli accertamenti degli inquirenti, è fortemente condizionato dalla presenza di cosa nostra e gli imprenditori e i commercianti, prima di avviare le loro attività, sono soliti chiedere l’autorizzazione al referente mafioso della zona.

I Greco ancora al vertice del mandamento di Ciaculli

E’ rimasto invece alla storica famiglia dei Greco lo scettro sul mandamento di Ciaculli. In cella, tra gli altri, è finito Giuseppe Greco, 63 anni, cugino di Leandro Greco il giovanissimo referente della commissione provinciale di cosa nostra e capo mandamento di Ciaculli, arrestato due anni fa.

È stato accertato che a seguito dell’arresto di Leandro Greco il mandamento mafioso è stato retto da Giuseppe che si è occupato di tenere i rapporti con le famiglie mafiose di Brancaccio, Roccella e Corso dei Mille. Il presupposto per assicurare nel tempo ai due l’egemonia sugli altri clan assorbiti sotto l’influenza del mandamento mafioso di Ciaculli è stato assicurato dal rapporto di parentela con il noto boss mafioso Michele Greco detto “il papa”. Leandro ne è infatti nipote in linea diretta mentre Giuseppe è figlio di Salvatore greco, detto “Il senatore”, fratello di Michele.

Le indagini hanno accertato anche il ruolo di Ignazio Ingrassia detto “il boiacane”. L’anziano mafioso ha fornito il suo apporto al vertice del mandamento nella gestione degli affari. Il duumvirato Greco – Ingrassia si è infatti occupato di gestire le dinamiche legate al sostentamento economico delle famiglie dei carcerati cercando le risorse grazie ad una vasta e complicata rete di attività illecite.

Controllo capillare del territorio

Il vertice infatti imponeva un vero e proprio controllo capillare del territorio intervenendo nella compravendita di terreni e immobili e gestendo il mercato della droga. La sensaleria [la mediazione svolta da un sensale; o anche: la parte percentuale spettante al sensale, ndr] caratterizza storicamente il modus operandi delle cosche e costituisce un caratteristico strumento di imposizione della loro egemonia sul territorio, scrivono gli inquirenti. Le indagini hanno accertato che la forza intimidatrice degli uomini d’onore di Ciaculli era in grado di raggiungere dimensioni ancora più invasive rispetto alla mera richiesta del pagamento di una tangente sulla compravendita di immobili e terreni. Greco, con alcuni complici, ha infatti in un’occasione imposto la vendita di un immobile in favore di un uomo d’onore obbligando il legittimo promesso acquirente a rinunciare all’affare.

Cosa Nostra americana

I boss del mandamento di Ciaculli, finiti oggi in cella, avevano, inoltre, costanti rapporti con cosa nostra americana. Un elemento di assoluto rilievo in tal senso è stato acquisito dagli inquirenti in occasione dell’omicidio del mafioso newyorkese Frank Calì, esponente della famiglia Gambino di New York, comunicata tempestivamente all’anziano consigliere del boss Giuseppe Greco, Ignazio Ingrassia.

Frank Calì – 53enne boss del clan dei Gambinoè stato assassinato nel marzo del 2019 davanti casa sua, a New York.  I Gambino sono una delle cinque storiche famiglie mafiose italoamericane di New York insieme ai Genovese, i Lucchese, i Colombo e i Bonanno.

Scoperte 50 estorsioni, ma vittime non denunciano

Supermercati, autodemolitori, macellerie, bar, discoteche, farmacie, panifici, imprese di costruzione, rivendite di auto sono alcune delle attività vittime del racket. Oltre 50 i casi estorsivi. Perfino durante l’emergenza Covid, i pochi negozianti rimasti aperti, peraltro con volumi da affari assolutamente esigui, sono stati costretti a versare i soldi alla mafia. Nessuna vittima del racket ha però presentato denuncia alle forze dell’ordine.

Livatino

Il Boss contro Falcone e Borsellino: “Cornuti”

“Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino. Non ti permettere. Io mai gliel’ho mandato mio figlio a queste cose… vergogna”, gridò Maurizio Di Fede, uno dei mafiosi fermati nell’operazione Tentacoli della Squadra Mobile di Palermo, ad una amica che voleva mandare la figlia a una manifestazione in ricordo della strage di Capaci. La storia, che risale al maggio di tre anni fa, emerge dagli atti dell’indagine ed è riportata da Ansa.

“La bambina da un mese si prepara. Ma in fondo, è solo una cosa scolastica”, replicó la donna. Di Fede non voleva sentire ragioni: “Noi qua non ci immischiamo con i carabinieri. Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino… queste vergogne sono”. La madre della piccola insisteva, la bambina teneva particolarmente ad andare con i compagnetti al giardino della Magione, alla Kalsa, per l’iniziativa organizzata dalla Fondazione Falcone.

Di Fede sbottò: “Alla Magione, là sono nati a cresciuti, i cornuti là sono nati”, disse alludendo a Falcone e Borsellino. Di Fede controllò che la bimba realmente non andasse alla manifestazione. Tornò più volte a casa dei suoi amici, per accertarsene perché era diventata ormai una questione d’onore. Un giorno si portò dietro il giornale, che annunciava la manifestazione: “Anniversario della strage di Capaci, oltre settantamila studenti pronti a invadere Palermo”, lesse a voce alta. Apriti cielo. “Là dove deve andare la bambina, la sbirra“, disse. La madre prese le difese della piccola. “Se gli mandi la bambina sei una sbirra”, continuò. “Falcone, minchia che cosa inutile“, concluse di Fede, non sapendo di essere intercettato.

Maria Falcone: “La mafia si combatte con la rivoluzione culturale”

“Le gravissime parole pronunciate dal boss arrestato oggi sono la riprova dell’importanza del lavoro che facciamo nelle scuole, un lavoro che dà evidentemente fastidio alla mafia e che proprio per questo va portato avanti. La mafia si combatte non solo con la repressione ma anche con una rivoluzione culturale e un’opera di educazione alla legalità in particolare delle giovani generazioni”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e presidente della fondazione che del magistrato porta il nome, commentando le parole del boss Di Fede registrate durante i due anni dell’operazione Stirpe e Tentacoli.

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