11 milioni di rom e sinti: il mondo degli invisibili

La giornata internazionale di rom e sint. Interris.it ne ha parlato con il responsabile nazionale di MIgrantes Mons. Giovanni de Robertis

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:42

L’8 aprile 1990 è stata dichiarata ufficialmente la giornata internazionale di rom e sinti a Serock, in Polonia, durante il quarto Congresso mondiale dell’Uninone Internazionale dei rom (iru) , dopo che a Chelsfield, vicino Londra, ci fu il primo grande incontro internazionale di rappresentanti dei rom, dal 7 al 12 aprile 1971. In quella circostanza, per indicare la nazione romanì – che comprende i sottogruppi dei Kalderash, Lovari, Lautari, Manouches e tanti altri – fu scelto il nome rom, che significa uomo.

Cos’è cambiato nel corso degli anni

Da allora tante cose sono cambiate, ma molte sono rimaste uguali se non peggiorate: rom e sinti, infatti, da sempre sono al margine della società. Oggi secondo le stime, la comunità Rom presente in Europa consterebbe di più di 11 milioni di individui rappresentando in questo modo la più grande minoranza etnica europea. Inoltre, un’inchiesta condotta nel 2014  dal Pew research center in Francia (una think tank statunitense che fornisce informazioni su problemi sociali, opinione pubblica e andamenti demografici) ha fatto emergere che in Germania, Grecia, Italia, Polonia, Regno Unito e Spagna, la maggior parte delle persone ha un’idea negativa delle minoranze che vivono nel loro paese: musulmani, ebrei e in particolare rom. In testa alla classifica ci sono Italia e Francia. Nella percezione è influente lo schieramento politico, ma non del tutto: in Francia, il 54 per cento degli intervistati che si definisce di sinistra ha un’idea negativa dei rom, lo stesso succede al 76 per cento di chi si definisce di destra.

Ma come sono inseriti nella società odierna?

La redazione di Interris.it ne ha parlato con Mons. Giovanni De Robertis, responsabile nazionale di Migrantes.

In Italia, secondo le stime ufficiali sono presenti circa 180.000 persone tra rom e sinti di cui 25.000 si trovano nella condizione più difficile che è quella dei campi, sia quelli riconosciuti, sia quelli spontanei, spesso senza neanche l’acqua, la luce e le cose più essenziali – ha raccontato Don Giovanni -. Ho visto diversi di loro dover nascondere, in qualche modo, la propria identità. Ricordo di una donna che mi ha raccontato di come la figlia sia stata insultata da una compagna di scuola dandole l’appellativo di mezza razza e mi diceva ‘meno male che nel paese nessuno sa che sono rom’”.

Da un’ indagine Eurobarometro sulla percezione della discriminazione nell’Unione Europea, è emerso che per il 61% degli Europei ed il 71% degli italiani, la discriminazione su base etnica sarebbe la più diffusa.

Come mai?

Il gradino più basso è il disprezzo per quelli che hanno la pelle scura, per gli stranieri, ma soprattutto per i rom o per quelli che vengono chiamati zingari. In qualche modo la diversità fa paura e viene respinta – spiega il responsabile di Migrantes -, in più, negli ultimi decenni c’è stato un degrado anche culturale, proprio perché queste persone vengono messe ai margini. Io penso che sia importante cambiare lo sguardo che abbiamo verso queste persone – sottolinea Don Giovanni -, perché quando vengono incontrate da vicino, rivelano una grande ricchezza anche dal punto di vista umano e culturale. A volte si generalizza, si danno delle etichette sbagliate, si danno degli aggettivi, ma anche il Papa più volte ci ha richiamati, ricordandoci che non si possono definire delle persone con degli aggettivi ma solo dei sostantivi”.

Come stanno vivendo questa fase di emergenza?

La stanno vivendo male perché loro vivono alla giornata ed ora non è possibile fare quei piccoli lavori di riciclo oppure la stessa elemosina, non è possibile uscire dai campi e tutto diventa più difficile – prosegue de Robertis -. Tra l’altro non riescono neanche a rispettare le misure di prevenzione e sicurezza vivendo in tanti dentro camper e baracche. Per fortuna ci sono tante associazioni come Sant’Egidio, l’Associazione 21 luglio, e la Caritas diocesana che gli porta da mangiare”.

Perché si ha paura?

É importante il nostro atteggiamento nei loro confronti, a volte anche il modo di guardarli impedisce una relazione autentica, un modo in cui si pensa di dover dare ma non si pensa di poter anche imparare o ricevere da queste persone, invece io ho imparato proprio questa cosa, che è importante anzitutto legarli alla nostra umanità”.

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