MARTEDÌ 28 GENNAIO 2020, 07:30, IN TERRIS

PRO VITA & FAMIGLIA

Genova: un rosario in piazza contro la blasfemia

Organizzato per pregare contro la cristianofobia e difendere l'identità religiosa

MILENA CASTIGLI
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Preghiera del rosario
Preghiera del rosario
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i incomincia col dileggiare la religione, e si finisce col perseguitare le persone”. È con questa convinzione che il circolo territoriale "Pro Vita & Famiglia" di Genova ha organizzato un ‘Rosario in piazza’. L’evento, organizzato “in riparazione alle blasfemie”, si terrà oggi, martedì 28 gennaio, in piazza De Ferrari con inizio alle 18.45. “Saremo anche noi nella piazza genovese in cui è ormai tradizione, a partire dal caso del piccolo Charlie Gard, pregare per le vittime di ogni ingiustizia, a difendere la nostra identità, la dignità di Nostro Signore e la sensibilità religiosa del nostro popolo, quotidianamente attaccate e offese” si legge in una nota diffusa dagli organizzatori. L’evento, sottolineano ancora i promotori, vuole far seguito idealmente al Christian Day del 25 gennaio a Roma ed è aperto a tutti coloro che vogliono difendere la libertà di vivere e testimoniare la fede cristiana oggi dissacrata e vilipesa. Un modo, recita il volantino, per chiedere il “rispetto della dignità di Nostro Signore Gesù Cristo e della fede cristiana”. Il portavoce genovese Carlo Cigolini afferma infatti che “va promosso un clima di pace, rispetto e tolleranza e non si possono più accettare rappresentazioni dissacratorie e scandalose della nostra religione che vanno in senso diametralmente opposto alimentando l’odio ed in particolare la cristianofobia”. “Riteniamo inaccettabili – ha proseguito su Sir – le recenti blasfemie che segnano una grave escalation nel vilipendio del cristianesimo e, se non contrastate con un atto riparatorio pubblico, prefigurano uno scenario di persecuzione dei cristiani che purtroppo è già presente in vari paesi del mondo”.


Charlie Gard

La triste parabola di Charlie Gard è ancora nella memoria di molti. Il bambino britannico di 10 mesi era gravemente malato ed era tenuto in vita artificialmente: il piccolo di Londra era nato con sindrome da deplezione del Dna mitocondriale (Mdds), un raro disturbo genetico che provoca danni cerebrali progressivi e insufficienza muscolare. La Mdds non ha alcun trattamento e di solito causa la morte durante l'infanzia. Il caso è diventato controverso perché il team medico e i genitori non erano d'accordo sul fatto che il trattamento sperimentale fosse nel miglior interesse del bambino. Nel febbraio 2017, il Great Ormond Street Hospital (Gosh) ha chiesto all'Alta Corte di scavalcare la decisione dei genitori, che volevano spostare il piccolo in Usa per tentare le nuove cure, mettendo in discussione il potenziale della terapia nucleosidica nel trattamento delle condizioni di Charlie. I tribunali britannici hanno appoggiato la posizione dell'ospedale. I genitori hanno presentato ricorso alla Corte d'appello , alla Corte suprema e alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ma la decisione del tribunale di primo grado è stata confermata ad ogni ricorso. Dopo mesi di udienze,era ormai troppo tardi per avviare la sperimentazione: le condizionin del piccolo erano intanto peggiorate. Il 27 luglio 2017, per consenso, Charlie fu trasferito in un hospice, la ventilazione meccanica fu ritirata e morì il giorno successivo all'età di 11 mesi e 24 giorni. Il caso ha attirato l'attenzione mediatica in Gran Bretagna e nel mondo, con interventi anche da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e di Papa Francesco. Al momento della morte di Charlie, il Washington Post scrisse che il caso "divenne l'incarnazione di un dibattito appassionato sul diritto di vivere o morire, sul diritto dei genitori di scegliere per il proprio bambino e sull'obbligo o meno dei medici di intervenire sulle cure".

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