VENERDÌ 08 LUGLIO 2016, 000:01, IN TERRIS

VENTI DI GUERRA NEL FUTURO DELL'EUROPA

Intervista all'analista politico Alessandro Politi

EMANUELA BAMBARA
VENTI DI GUERRA NEL FUTURO DELL'EUROPA
VENTI DI GUERRA NEL FUTURO DELL'EUROPA
Il secolo XIX è stato denominato “Il secolo delle utopie”, delle grandi visioni sul futuro, della speranza in un mondo migliore, “a misura d’uomo” e per una sola “famiglia umana”. Il secolo XXI apre, invece, il terzo millennio all’insegna della “distopia”, cioè, dell'“anti-utopia”. Il nostro, insomma, è il tempo senza ideali, dei contro-ideali o dei falsi ideali.

Il termine “distopia” compare nel titolo di un convegno promosso a Roma oggi, venerdi 8 luglio, dalla Società Italiana di Storia Militare, nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, per presentare uno studio che porta il titolo “Future Wars” (“Guerre future”), a cura di Virginio Ilari, con il sottotitolo, appunto: “Storia della distopia militare”.

In concreto, significa semplicemente la perdita delle grandi speranze, dei grandi ideali e delle grandi visioni per l’umanità, che produce un generale sentimento di sfiducia nelle istituzioni e nel futuro, che domina il cuore e le vite dei cittadini comuni, mentre gli specialisti prefigurano scenari di guerra. Siamo una società “distopica”, senza progetti per il futuro, senza strategie, senza più i valori di solidarietà, libertà e giustizia che hanno guidato il grande Occidente e il sogno europeo. La decisione della Gran Bretagna di uscire dall'Unione Europea si spiega anche così. Dunque, dove stiamo andando?

In Terris ne ha parlato con Alessandro Politi, tra gli autori del volume e tra i relatori al convegno, analista di politiche internazionali e strategie, docente di geopolitica, geoeconomia e Intelligence, direttore della Nato Foundation, unico centro di ricerca non governativo affiliato all’Alleanza TransAtlantica.

Alessandro Politi, il futuro dell’Europa, sarà di guerra o non sarà? E che tipo di guerra?
“Già prima dell’uscita della decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europa, l’Europa correva il rischio di trasformarsi in una grande Bosnia ex opulenta. Con il Trattato di Lisbona è fallito il grande progetto europeo. I tempi non erano forse maturi, la classe politica non era certamente all’altezza. Questa classe politica non è adeguata, e il caso britannico lo ha messo in evidenza. La BrExit ha avuto il merito di fare uscire dal tran tran delle cose ordinarie e delle chiacchiere la discussione sulla situazione e sul futuro dell’Ue. E l’Europa rischia nel futuro una guerra non soltanto finanziaria, i cui pretesti potrebbero non essere la Siria o l’Ucraina, ma nel Pacifico. L’Europa divisa ha effetti anche sulle strutture e sui sistemi di sicurezza. La crisi europea ha ripercussioni anche sull’alleanza della Nato. La connessione tra le due implica che la forza dell’una si ripercuote sulla forza dell’altra”.

C’è, infatti, chi ritiene che la Nato sia in crisi e debba essere riformata…
“Quando Trump dichiara che la Nato è obsoleta, dice una stupidaggine. È vero, però, che l’alleanza atlantica dovrebbe essere ripensata in modo politico, non ‘contabile’. Gli alleati europei dovrebbero saper proporre un rilancio riformato del patto transatlantico. Altrimenti, gli interessi nord-americani si sposteranno tutti nel Pacifico. Iraq e Siria sono scene secondarie nel piano strategico degli Stati Uniti, riguardano il riposizionamento dell’Iran nel ‘salotto buono’ della politica del Golfo. La questione con la Russia non trova soluzioni, ma solo aggiustamenti temporanei, che servono a gestire in modo mirato l’immediato, senza un vero interesse statunitense per l’Europa. Al Vertice di Varsavia, la posizione degli Stati Uniti è stata distaccata. Tocca agli europei proporre una strategia di alleanza e prendere decisioni”.

Nell’ultimo mezzo secolo, i conflitti hanno cambiato natura, in Occidente, da militari, sono diventati economici e finanziari, tra gruppi dell’alta finanza. Il campo di battaglia sono principalmente le borse. Lei dice che c’è il rischio che si possa tornare allo scontro militare anche “in casa nostra”, in Europa. Chi potrebbe averne interesse e a che fine?
“Una guerra mondiale non nasce direttamente per interessi finanziari in se stessi, ma perché uno o più Paesi si sentono minacciati, nella propria identità politica o per il proprio stile di vita, culturale sociale ed economico. Per evitarla, serve una grande alleanza tra le Potenze mondiali, che sono Usa, Russia e Cina. Soprattutto, gli accordi per la pace devono intensificarsi nei fori multilaterali, dove c’è spazio per accordi bilaterali meno rigidi”.

La fine delle grandi utopie sembra avere portato alla vittoria delle anti-utopie, al prevalere dell’interesse individuale o di gruppi di appartenenza, in termini principalmente di profitto monetario e di potere politico oligarchico. Quale scenario si prefigura, in tema appunto di grandi visioni etico-sociali, di impegno e di responsabilità collettivi per la costruzione di una società umana che persegua il “bene comune”?
“C’è un enorme bisogno di re-ideologizzare la politica, con sani e buoni ideali invece che false o pericolose ideologie. Le ideologie del liberismo, del capitalismo, dell’individualismo hanno portato ai disastri che viviamo. Con una povertà generalizzata e una disparità economica e di diritti mai vista nella storia, dove l’1 percento della popolazione mondiale detiene la ricchezza pari a quella di oltre il 90 percento. C’è bisogno di nuove utopie, che guidino la costruzione di un mondo migliore. C’è la grande utopia di pace di Papa Francesco. La Lettera Enciclica “’Laudato Si’” è un documento di strategia planetaria, l’unico documento strategico del nostro tempo. Bisognerebbe studiarlo e applicarlo anche negli istituti di geopolitica. Invece, oggi c’è il rischio di cattive utopie, di una distopia, che porta alla manipolazione dei sentimenti collettivi. La fantascienza del film Inception (ndr scritto, prodotto e diretto da Christopher Nolan, nel 2010) è ormai realtà: c’è un controllo delle informazioni e una gestione manipolatoria invasiva e penetrante e pericolosa più delle vecchie polizie totalitarie”.

I grandi progetti di bene universale per l’umanità hanno sempre una componente religiosa, si basano sulla fede e la speranza nell’Ultraterreno – Tommaso Moro insegna –. Anche i pericoli di male assoluto per il mondo, però, come oggi l’Isis, fanno un riferimento (indebito) alla volontà di Dio. Qual è il rapporto tra la religione e le (vecchie e nuove) utopie?
“Il rapporto tra la religione e l’utopia diventa sterile quando la religione è manipolata dalla politica e dagli interessi di potere. La religione è nel mondo, non del mondo. Quando le guide spirituali si lasciano sedurre dal fascino della mondanità i danni sono immensi. Non è necessario il riferimento alla trascendenza per essere interpreti del bene comune. C’è un’autonomia, nella stessa responsabilità. Anche chi è immerso nella dimensione orizzontale sa, però, che il bene comune deve essere il bene supremo, come una stella polare, altrimenti l’umanità rischia perfino l’estinzione. Una religione non formalista, capace di vivere nella storia senza ridursi alla storia, ha buone probabilità di produrre visioni del mondo che aiutano a vivere, non a morire”.

Gli attentati terroristici a Parigi e Bruxelles hanno riproposto l’urgenza di una sola Intelligence europea, che condivida informazioni e strumenti per la sicurezza. Questo tema non è correlato a quello, che sembra altrettanto urgente, di una Unione politica degli Stati Europei? Magari in una Confederazione sul tipo Elvetico?
“Credo che la BrExit abbia mostrato in modo ormai inequivocabile che la via dell’integrazione europea soltanto funzionalista è un vicolo cieco, anzi, morto. È indispensabile un progetto politico comune. Se poi si debbano rivedere le vecchie idee di federazione o confederazione anche ripensando l’idea di nazione, è un’altra questione. Il futuro di 400milioni di cittadini europei non può essere garantito da una integrazione a pezzetti, frammentata e incompleta. La classe politica non è evidentemente capace di gestire la complessità di questo compito. Spetta alla società trovare rappresentanti idonei a costruire un’Europa diversa, migliore, che ridia il giusto peso alle esigenze complessive della persona umana, non soltanto materiali. Un’Europa bella da vivere”.
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