UNA CHIESA TRASFORMATA IN MENSA

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“Eh no, ora non ho tempo per parlare con i giornalisti! Devo accogliere queste persone, non posso mica lasciarli da soli, hanno bisogno di essere ascoltati”. Così, fermo ma gentile, don Pietro si era presentato, mostrando tutto il suo amore per i poveri che ogni giorno accoglie nella Basilica di Sant’Eustachio a Roma. La precedenza va a loro, per il sacerdote non è rilevante che una testata si interessi alla notizia, ma è sicuramente più importante prestare “attenzione al cuore di questi poveri”. Uno schiaffo a quanti si fermano alle apparenze del mondo, senza tenere in considerazione i veri valori della vita. Infatti da diversi mesi insieme ad alcuni volontari, ogni giorno apre le porte della chiesa e la trasforma in una mensa per i poveri. È così che la più bella cappellina della struttura, quella dedicata a San Michele Arcangelo, diviene una cucina e la navata principale viene adibita a sala da pranzo.

L’iniziativa nasce con un fine nobile, “prendersi cura dello stomaco delle persone” che a causa della crisi hanno perso e non hanno nemmeno il minimo indispensabile. Parte come un evento occasionale, ma poi grazie alla generosità di pochi diviene un appuntamento quotidiano. La cooperativa “La Vivenda” fornisce gratuitamente i pasti per circa 140 persone, dal primo ai contorni, dai tovaglioli al pane, fino alle bottigliette d’acqua. “Qui moltiplichiamo pesci, pani, polli e dolci, ma questo non basta, non si può pensare solo a sfamare queste persone – afferma il prete sorridendo – è per questo che la chiesa (oltre a mettere a disposizione i suoi spazi) si occupa di far arrivare in tavola o un dolce, o dei caffè, o perché no, un amaro”.

Sono molti i turisti che entrando nel luogo si emozionano vedendo le tavole apparecchiate e centinaia di persone che pranzano. “Ma dovrebbero commuoversi quando li vedono per strada, non quando sono al riparo e al caldo, dovrebbero capire che Roma non è fatta solo di monumenti o belle basiliche, c’è un cuore che pulsa, ma molto spesso quando lo vediamo agli angoli delle strade lo ignoriamo”. “Un giorno alcune suore mi chiesero: ma non c’è un’altra sala che può usare per farli mangiare? – racconta il sacerdote – Ma cosa ci potrebbe mai essere meglio della navata? Non è qui che si fa memoria dell’ultima cena di Gesù? E allora perché mi dovrei scandalizzare se c’è chi qui fa il ‘pranzo del Signore’?”.

Un’attività che mette in pratica le parole di Papa Francesco, quando ha chiesto di non lasciare i poveri relegati nelle periferie e di aprire le chiese e i mausolei vuoti per le accoglienze. E questo presbitero, anziano solo nell’aspetto fisico, insieme ai suoi collaboratori i poveri li raduna tutti i giorni nel centro di Roma, a due passi da uno dei simboli più importanti della politica italiana: il Senato, situato ad appena 5 minuti a piedi. “Li riconosci subito quando entrano in chiesa, quelle rare volte, sempre di corsa, sempre apparentemente perfetti – spiega – ma a me non interessa che vengano, né che diano offerte o vengano a servire le persone. Il lavoro dei politici è quello di fare le leggi giuste, e che lo facciano bene allora! Dovrebbero smettere di farne solo per le classi abbienti, dovrebbero pensare alle classi povere. Ma agli ultimi danno solo chiacchiere!”.

Una realtà meravigliosa, destinata a crescere. “Il secondo passo è quello di creare un centro diurno dove possano lavarsi, fare colazione, prendere un cappuccino, inoltre ci stiamo muovendo per prendere in affitto degli appartamenti per i tanti uomini divorziati che dormono in macchina. Altrimenti dove potrebbero mai portare i loro figli?” Il normale proseguimento di un’esperienza che, per chi la gestisce, rappresenta solo un ritorno alle origini. “Secondo la leggenda, prima della conversione il patrono di questa chiesa – che morì martire – accoglieva i poveri nella sua casa assieme alla moglie”.

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