Un pasto con gli invisibili

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Se Dio si è fatto uomo, è questo che bisogna cercare per incontrare Cristo. Sono le persone dimenticate agli angoli della strada che ci parlano di Dio, come quelle che ogni sera alla stazione Tuscolana di Roma si mettono in fila, aspettando il proprio turno, per ricevere un pasto caldo e scambiare due parole. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito” (Mt 25,35-36).

È il grido degli ultimi, raccontato da Paolo Floris, che a Roma da 15 anni incontra i senzatetto nella zona della stazione Tuscolana, ogni lunedì e venerdì sera, e che a Natale regala a quasi duecento poveri una serata di festa come in famiglia. Una cena speciale non sotto le luci dei riflettori ma nelle sale di una parrocchia di periferia, dove nessuna telecamera si è presentata per raccontare il miracolo della gratuità che ancora oggi si ripete, di chi si dona senza voler ricevere nulla in cambio, l’unico vero atto capace ancora di stupire, l’unica vera rivoluzione.

La serata organizzata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII è stata realizzata con semplicità e cura: c’è chi ha cucinato e ha apparecchiato, chi taglia il pane e controlla che le bottiglie sui tavoli non siano vuote, chi si occupa di preparare le porzioni e serve i piatti in tavola come al ristorante, affinché quei poveri di cui la società non riconosce i volti possano sperimentare l’amore. Non si tratta di una di quelle cene che si organizzano nelle festività perché a “Natale si è tutti più buoni”. Quella che si è svolta nella sala parrocchiale di S. Andrea Corsini è una festa tra amici, una serata che racconta di una fitta rete di relazioni nate sulla strada e coltivate in quello scambio che ogni settimana avviene nella stazione romana, che sia d’inverno o d’estate.

Tra gli “invisibili” della Capitale ci sono italiani, stranieri, donne, bambini e negli ultimi anni il loro numero è salito drasticamente. Se 15 anni fa quando iniziò la missione si trattava di portare pasti a una trentina di persone oggi in quello stesso angolo di Roma se ne contano più di 150. Quello che si svolge tra le strade della città è un vero servizio di accompagnamento, ascolto, aiuto concreto, è un rapporto personale quello che si crea tra i volontari e i senza tetto, un’amicizia che vuole farsi carico di chi sulle spalle porta il peso di sofferenze che schiacciano l’esistenza.

Don Dario è uno di quei volontari: “Per la maggior parte sono vittime dell’alcolismo o come capita per gli italiani, sono segnati dalla tossicodipendenza. Bisogna sfatare questo mito che i poveri stanno in strada perché è una loro scelta! Spesso succede che queste persone si ritrovano senza lavoro e una delle conseguenza è quella di iniziare a bere, quando poi il vizio prende il sopravvento non credono più di poter tornare a lavorare”; è come un cane che si morde la coda e continua a portare persone sulla strada.

Tra gli incontri di Dario, uno lo ha particolarmente colpito: è la storia di un uomo incontrato alla stazione Tuscolana, erano tre mesi che viveva come un “senza tetto” e un giorno, fermandosi a parlare con i volontari della comunità qualcuno gli ha ripetuto “non bisogna abituarsi a vivere in strada”. Poche parole di chi crede che si possa cambiare, il tempo di un ascolto sincero che ha convinto quest’uomo a tornare nel suo paese e chiedere l’aiuto del parroco, il quale si è subito attivato. Oggi ha trovato un lavoro in Germania.

Spesso per i poveri la vita in strada, sebbene sia dura diventa sopportabile e più accogliente di tante case dove si ha vergogna di tornare perché vince la paura di non essere accettati. Dopo l’esperienza già avviata in altre città, anche a Roma si vuole aprire la “Capanna di Betlemme”. Strutture di pronta accoglienza, serale e notturna, dove oltre a un letto e un tetto queste persone possano ricevere il calore della famiglia e la possibilità di uscire dalla loro condizione attraverso la proposta di progetti di reinserimento sociale personalizzati. La vita condivisa con i poveri, la speranza che nulla è perduto e che tutto può cambiare è un vero schiaffo alla società dell’individualismo imprigionata nell’incapacità di uscire da se stessa.

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