TERREMOTO, NON LASCIAMOLI SOLI

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Ormai da mesi l’Italia centrale è colpita da infinite scosse di terremoto, che hanno distrutto paesi e borghi, causato ad oggi circa 300 vittime, cambiato la vita di decine di migliaia di persone che da un momento all’altro hanno perso legami, luoghi, abitudini. Nella generale mobilitazione che ha coinvolto gli italiani, un ruolo particolarmente delicato spetta agli psicologi, intervenuti per portare sollievo in una situazione di criticità ormai cronica. Il terremoto infatti segna in profondità, scuote non solo le case, i ponti, le strade, i corpi, ma anche le anime. Fra loro, a seguito delle scosse di agosto, anche Barbara Rigoli, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, psicologa e psicoterapeuta: dal 4 all’8 settembre ha fornito – con l’Ordine degli Psicologi della Regione Umbria – sostegno psicologico gratuito nella zona circostante Norcia, a seguito della richiesta da parte della “Funzione Operativa sanitaria” del “Centro Operativo della Protezione Civile”. “Le équipes psicologiche lavorano con turni di 5 giorni – spiega Barbara – ogni équipe è formata da psicologi di diverse parti d’Italia che seguendo un protocollo preciso di intervento nelle emergenze sostengono, aiutano nella rielaborazione del trauma, e prevengono possibili conseguenze del trauma. Si lavora dalle 7 del mattino alle 23 circa. Il lavoro consiste nell’andare nei campi della protezione civile ed incontrare le persone, capire di che cosa hanno bisogno, raccogliere le richieste e dare appuntamenti per le sedute. Si dorme e si mangia come le persone terremotate, si sentono le stesse scosse … ma solo per 5 giorni, poi si torna a casa propria ed alla propria vita!”.

Ci sono stati incontri che ti hanno colpita in maniera particolare?
“Durante quei 5 giorni ho incontrato vecchi, malati, adulti, bambini, famiglie, adolescenti… visto strade e case irriconoscibili, altre intatte… persone distrutte altre forti e coraggiose… Ho incontrato medici ed infermieri che la notte del terremoto ed adulti. Ho condiviso la difficoltà di non avere più la tua intimità e la tua privacy. Soprattutto, ho condiviso con loro l’esperienza più difficile, quella dell’inquietudine che ti dà il terremoto”.

In che modo hai passato i giorni della tua presenza nelle zone terremotate?
“Ho condiviso la difficoltà di dormire in 50 in un unico stanzone con chi russa, chi si alza di continuo, chi parla nel sonno, chi urla alla minima scossa, bambini ed anziani, giovani ed adulti. Ho condiviso la difficoltà di non avere più la tua intimità e la tua privacy. Soprattutto, ho condiviso con loro l’esperienza più difficile, quella dell’inquietudine che ti dà il terremoto”.

Puoi provare a spiegarcela?
“Il terremoto irrompe nella tua quotidianità, all’improvviso la spezza e la rende invivibile, imprevedibile, spaventosa. Il terremoto non ti abbandona e quando meno te l’aspetti si fa breccia di nuovo nella tua vita con una scossettina, per ricordarti che lui c’è e non va via anche se non lo senti per qualche ora o giorno. Così diviene il sottofondo della quotidianità e sei sempre in allerta. Il terremoto ti fa tremare, fa tremare tutto il tuo corpo, tutto il tuo mondo ed anche quando non vorresti tu tremi e non riesci quasi a smettere. Il terremoto fa rumore: le montagne tremano, scricchiolano e gridano come di dolore. Il grido della montagna è un boato che sale dalle viscere della terra, irrompe e squarcia tutti gli altri suoni. E così qualsiasi movimento e qualsiasi rumore ti fa sobbalzare, ti fa scattare ed i tuoi muscoli, i tuoi nervi, il tuo udito… tutto il tuo corpo non è mai tranquillo, non è mai rilassato, non è mai in pace. Ciò che vorresti è un po’ di rilassamento, è passare del tempo senza l’allerta, senza l’allarme, senza la paura e la preoccupazione, ma non puoi perché non hai più un luogo dove sentirti protetto, un luogo tuo, una casa. E così il campo, con le sue tende, diviene il tuo riparo sicuro: sia perché le tende anche se crollano non fanno male, sia perché non sei più solo: ci sono i tuoi concittadini, e c’è la protezione civile, i vigili del fuoco, le associazioni di volontariato, la croce rossa, i carabinieri, la polizia… sei protetto. C’è chi si prende cura di te e non sei più solo! È per questo che si fa fatica ad andare via dalle tende, a smobilitare i campi, ad abbandonare quella realtà anche se fredda, faticosa, disagiata, scomoda”.

Cosa hai portato con te da questa esperienza?
“La consapevolezza che ciò di cui ha bisogno chi è colpito da un evento così traumatico è proprio avere persone che stiano con loro, non essere lasciati soli, essere aiutati a rialzarsi ed a riprendere la strada”.

Tratto da “Sempre”

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