VENERDÌ 02 OTTOBRE 2015, 000:01, IN TERRIS

STUPRI DI GUERRA, LE URLA E I SILENZI

MATTIA SHERIDAN
STUPRI DI GUERRA, LE URLA E I SILENZI
STUPRI DI GUERRA, LE URLA E I SILENZI
“Di notte li sentiamo urlare, ma non siamo autorizzati ad intervenire”. Le ultime parole del caporale dei marines Gregory Buckley Jr. di stanza in Afghanistan, sono dirette al padre. Il giovane militare racconta di essere turbato: gli è stato ordinato di ignorare i tanti casi di pedofilia che vengono commessi dagli ufficiali della polizia e dell’esercito afghano, loro alleati. Questo comando arriva dall’alto e non si discute: se si vede un “bacha bazi”, cioè qualcuno “giocare con i bambini”, bisogna voltarsi dall’altra parte.

A svelare uno dei lati più oscuri della guerra in Afghanistan è stato un reportage del New York Times: chi non ha rispettato le direttive è stato costretto a lasciare l’esercito. L’ordine di non fermare episodi di questo genere quando accadono davanti alle truppe Usa è giustificato dai marines come “un modo per non interferire con la cultura locale”, che considera tali orribili pratiche come legittime, in particolare se effettuate da uomini ricchi e di potere. Uno schiaffo ai principi della Dichiarazione dei diritti del fanciullo.

“Le accuse di abusi sessuali su minori da parte del personale dell’esercito o della polizia afghana riguardano la giustizia locale – dice il colonnello Brian Tribus, portavoce del comando Usa in Afghanistan -. Per il personale militare Usa non esiste nessun obbligo di denuncia”. Unica eccezione, è se lo stupro venisse usato come arma di guerra.

Gli americani hanno così preferito voltarsi dall’altra parte, perché ciò era necessario per mantenere i buoni rapporti tra l’esercito statunitense e la polizia afghana, addestrata proprio dagli alleati Nato per combattere i talebani. Questo atteggiamento ha contribuito però ad aumentare la diffidenza nei confronti dei marine, da parte degli abitanti dei villaggi dai quali i bambini venivano portati via.

La regola del “non vedo, non sento e non parlo”, valeva anche quando gli ufficiali afghani portavano i ragazzini nelle basi condivise con gli americani. Probabilmente questo successe anche nella caserma del caporale Buckley Jr. ucciso nel 2012 insieme ad altri due marines in un accampamento militare nel sud del Paese; a fare fuoco fu proprio un ragazzino del luogo, facente parte di un gruppo di adolescenti che vivevano all’interno della base insieme a un comandante della polizia afghana, Sarwar Jan. Il padre del caporale, Gregory Buckley senior, è convinto che la morte di suo figlio sia legata a queste vicende, e ha avviato un’azione legale per chiedere al Pentagono di fare chiarezza.

Jan era noto alle forze dell’ordine: cinque anni prima due ufficiali dei marines erano riusciti a farlo arrestare dalle autorità per corruzione e pedofilia. Ma nel 2012 era tornato al comando di un’altra unità di polizia che operava dalla Base avanzata Delhi, la stessa del caporale Buckley. Secondo le accuse mossegli, quando Jan si trasferì all’interno del campo, portò con sé un gruppetto di ragazzini afghani, ufficialmente da impiegare come domestici, detti “tea boys”, ma in realtà sfruttati come schiavi sessuali. Il giovane soldato fu ucciso due settimane dopo aver raccontato al papà, al telefono, quanto aveva visto.

“Mettevamo al potere gente che faceva cose peggiori di quelle fatte dai talebani. Era questo che mi dicevano gli anziani del villaggio”, ricorda a sua volta con le lacrime agli occhi Dan Quinn, un ex comandante delle Forze speciali Usa. Quattro anni fa, picchiò un ufficiale afghano, Abdul Rahman, che teneva un ragazzino incatenato al letto del suo alloggio per sfogare su di lui le sue pulsioni. L’esercito lo obbligò a lasciare le forze armate. Insieme a lui c’era anche un altro soldato, Charles Martland, al quale i marines stanno tentando ancora di fargli abbandonare la divisa. Un caso analogo avvenne nell’estate del 2011, quando Quinn e Martland vennero a sapere di una ragazzina di 14 o 15 anni che era stata violentata: decisero quindi di informare il capo della polizia locale, ma la giustizia non fece il suo corso. L’uomo scontò un solo giorno di prigione, e poi la giovane fu costretta a sposare il suo stupratore. Per lui una condanna di ventiquattro ore, per lei di una vita intera.

Nonostante le numerose testimonianze, la Nato ancora oggi ufficialmente smentisce che la missione statunitense abbia taciuto sui ripetuti abusi sessuali, ai danni di minori, da parte delle forze afgane.

 
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