Studio dell’Ingv sullo stato di quiescenza dei vulcani: analizzati i Campi Flegrei

ULTIMO AGGIORNAMENTO 3:00

Una recente ricerca dell’Istituto di Geofisica e vulcanologia ha concentrato il suo campo d’indagine sull’attività vulcanica nella zona dei Campi Flegrei, l’area comprensiva della città di Napoli e dintorni. Nulla di particolarmente allarmante, data la quiescenza delle bocche di fuoco presenti nel territorio ma, certamente, un motivo per cercare di capire meglio quanto sta avvenendo sotto i piedi della popolazione. Lo studio ha infatti messo in evidenza la presenza di un limite di pressione del magma, raggiunto il quale anche un vulcano dormiente potrebbe improvvisamente riprendere la propria attività. L’interesse dei ricercatori si è orientato verso questa particolare area proprio in virtù della sua densità abitativa e per la presenza di un monte come il Vesuvio, capace in passato di violente eruzioni di tipo pliniano.

L’indagine, condotta dal vulcanologo Giovanni Chiodini, è stata pubblicata sulla rivista “Nature” e, come obiettivo, si è proposta di analizzare l’attività endogena che si sviluppa all’interno dei vulcani in fase quiescente e posti in condizioni di unrest (instabilità), al fine di capire se vi siano o meno i presupposti per il raggiungimento di un livello di criticità. Come noto, una delle cause più comuni che possono condurre al risveglio un vulcano dormiente, è la risalita del magma verso la superficie, ossia in direzione dello strato roccioso che separa la camera magmatica dall’apertura del cono: “Abbiamo scoperto – ha spiegato Chiodini – che esiste un valore preciso di pressione attorno al quale ogni tipo di magma incrementa notevolmente la quantità di gas e liquidi rilasciati”. A seconda dello stato del magma, vengono sprigionate differenti quantità di vapore il quale, proiettato verso l’alto, va a premere sulle rocce formatesi all’imboccatura del camino le quali, indebolite dalla pressione sottostante, iniziano a perdere aderenza.

I fluidi rilasciati dal magma, variano secondo la sua composizione e, di conseguenza, aumentano o diminuiscono il rischio di un’eruzione. La perdita dei liquidi, può indurre la massa disciolta di silicati ad assumere una condizione di maggiore viscosità e, quindi, regredire fino a fermare la sua risalita, di fatto interrompendo anche la situazione di unrest. Viceversa, in caso di scarsa aderenza dello strato roccioso, il vapore disperso può realmente condurre a un’eruzione.

“Il possibile avvicinarsi del magma flegreo alle condizioni di pressione critica – ha specificato ancora il ricercatore – potrebbe spiegare le recenti deformazioni del suolo attorno ai Campi Flegrei, così come l’aumento del numero di terremoti e la crescita delle specie gassose più sensibili a incrementi di temperatura”. Va tuttavia sottolineato che tali condizioni sono note da oltre dieci anni e, di conseguenza, costantemente e quotidianamente monitorate al fine di delinearne i possibili sviluppi. Del resto, lo studio si è astenuto dal fare previsioni, pur premurandosi di vigilare attentamente, anche in virtù della più precisa documentazione sul limite massimo dell’unrest e sulle possibilità che questo possa raggiungere lo stato di allerta.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: [email protected]
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.