VENERDÌ 29 MAGGIO 2015, 16:06, IN TERRIS

SOS ALLERGIE: ENTRO IL 2050 QUADRUPLICHERANNO I POLLINI D'AMBROSIA

Le riniti tipiche della primavera, oltre a colpire più persone, arriveranno così fino alla fine di settembre

CLAUDIA GENNARI
SOS ALLERGIE: ENTRO IL 2050 QUADRUPLICHERANNO I POLLINI D'AMBROSIA
SOS ALLERGIE: ENTRO IL 2050 QUADRUPLICHERANNO I POLLINI D'AMBROSIA
Sembra ormai certo che nei prossimi anni ci sarà in Europa una vera e propria invasione di ambrosia, una pianta fortemente allergenica originaria degli Usa, già presente anche in Italia, soprattutto al Nord. A lanciare l’allarme allergie è stato uno studio pubblicato su Nature Climate Change, secondo il quale entro il 2050 le quantità di pollini nell’atmosfera potrebbero raggiungere quattro volte i livelli attuali.

I ricerctori del Cnrs francese hanno utilizzato dei modelli matematici che tengono conto della dispersione dei pollini da parte di una singola pianta, incrociandola con le proiezioni sui cambiamenti climatici. I risultati lasciano poco all’immaginazione: ci sarà un’estensione dell’area interessata dall’ambrosia verso il nord e il centro Europa fino alla Gran Bretagna, dove ora è trascurabile. Le zone già interessate dall’”invasione”, pianura padana compresa, vedranno invece un aumento fino a quattro volte delle concentrazioni in atmosfera.

In soli 25 anni, l’ambrosia è diventata da pianta sconosciuta la causa dell’allergia per un bambino su 10. Il suo polline, infatti, è altamente allergenico, e causa le fastidiosi riniti, congiuntiviti e asme ormai tipiche del periodo primaverile. La dispersione maggiore dei pollini comunque avviene tra agosto e settembre, il che significa che la stagione delle allergie dura fino all’autunno. Gli scienziati inoltre prevedono un aumento dei casi di sensibilizzazione al polline dell’ambrosia e un numero maggiore di persone che manifesteranno i sintomi dell’allergia in tarda estate.

“Circa un terzo di quest’aumento è dovuto alla dispersione naturale dei semi, ed è indipendente dai cambiamenti climatici”, scrivono gli autori. “Il resto – aggiungono – è imputabile proprio ai cambiamenti del clima e dell’utilizzo dei terreni che estenderanno l’habitat della pianta verso nord e est Europa, che aumenteranno la produzione dei pollini nelle aree dove è già presente a causa dell’aumento della Co2”.
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