SI COMUNICA MA NON SI PARLA PIU’

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:20

Una silenziosa rivoluzione epocale, che tuttavia ci fa sentire il suo rumore: lo smartwatch. Sembra passato un secolo da quando i passeggeri di un autobus si lamentavano per il chiasso delle scolaresche, per quei ragazzi che urlavano da una parte all’altra della strada, o da quando la mamma richiamava i figli dal cortile per la cena. Adesso è tutto un bip, un click, una vibrazione. L’era della comunicazione totale è iniziata. Peccato non parli più nessuno.

La necessità di comunicare a distanza si ì sempre avvertita: segnali di fumo, suoni di trombe, fino ad arrivare al telegrafo, la prima macchina che alla fine del XVIII secolo ha permesso di scambiarsi dei messaggi più articolati. C’è stato poi il grande passo in avanti con il telefono, che dal 1849 si è diffuso in ogni parte del mondo entrando lentamente in tutte le case. Se quindi prima la poca disponibilità dei mezzi consentiva di trasmettere solo i messaggi che avevano un’assoluta necessità, a mano a mano si potevano comunicare anche informazioni più futili, quotidiane, o sentirsi “per il piacere di farlo”. Nel secolo scorso abbiamo assistito alla perdita del filo del telefono: la nascita del cellulare. Un dispositivo personale, che ha fatto nascere un nuovo universo legato alla comunicazione: messaggi con un numero di lettere limitato, quindi abbreviazioni, faccine con i caratteri della scrittura. Ma inesorabilmente veloce il “telefonino” si è evoluto, diventando intelligente, tanto che oggi nessuno vive più senza il suo smartphone.

Libertà di comunicazione assoluta, quota mensile fissa per messaggi, chiamate, internet, insomma, tutto il mondo a portata di dito. Adesso sembra possibile sapere tutto cosa in qualsiasi momento, sentire chiunque conoscendo solo il nome, raggiungere ogni posto con il gps. E la domotica ci consente di fare la lavatrice, il caffè, attivare l’allarme di casa o accendere i riscaldamenti con un semplice comando al proprio telefono, ovunque ci si trovi. Il telefono intelligente ha abbattuto le distanze, ha permesso una dilatazione del tempo, perché la tecnologia indubbiamente ce ne fa risparmiare molto. Per fare cosa però? Per acculturarci? Per le relazioni interpersonali? No, solo per andare su un altro device.

Per questo si è andati ancora avanti, e negli ultimi mesi stiamo assistendo alla nuova frontiera del telefonino: lo smartwatch. Ieri è stato il giorno di lancio dell’Apple Watch, indicato da mesi come leva in grado di spingere il settore al decollo definitivo. Secondo l’istituto di ricerca Stategy Analytics, il dispositivo di Cupertino abbellirà 15 milioni di polsi in tutto il mondo entro l’anno in corso. Ma ogni casa produttrice ha già il suo modello che si contende una fetta nel mercato, Android, Huawei, Microsoft, Pebble. L’utilità è più o meno quella di un’estensione del telefono “tuttofare”, forse è questo il dato che fino ad oggi ha frenato un po’ le vendite. Sulla reale utilità si dibatte molto: aiuta nella propria vita quotidiana, o rende schiavi per l’ennesima volta di un oggetto tecnologico e dei suoi ritmi? Essere continuamente rintracciabili ci semplifica le cose o ci toglie ogni spazio di libertà individuale? Può davvero essere utile o è semplicemente un rincorrere la nuova moda per un modello migliore?

Sicuramente fino a oggi la tecnologia in una cosa non è riuscita ad essere utile: creare dei veri legami umani, dando uno schiaffo al bisogno di contatto, di calore e di affetto che ognuno di noi prova dentro di sé. Ma io credo che si debba riflettere anche sui contenuti delle proprie comunicazioni, perché se va detto tutto e subito, ma soprattutto in un flusso continuo di informazioni, non è più possibile riuscire a dare una priorità ad alcune cose, a sentirsi liberi di dedicare del tempo esclusivo ad una persona, perché nella testa c’è sempre un altro pensiero, una mail di lavoro, un messaggio degli amici. E adesso si mette anche al polso, continuamente a contatto con noi e sotto i nostri occhi. C’è da credere fino alla prossima trovata alla moda, che potrebbe costringerci a considerare necessario qualcosa di cui fino a oggi non abbiamo mai sentito l’esigenza.

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