VENERDÌ 02 DICEMBRE 2016, 000:01, IN TERRIS

RINASCERE DOPO L'ABORTO

Intervista al presidente dell'Associazione Comunità Giovanni XXIII, Paolo Ramonda

ANDREA ACALI
RINASCERE DOPO L'ABORTO
RINASCERE DOPO L'ABORTO
Durante la preghiera pubblica per la vita nascente che si è svolta nei giorni scorsi davanti al Policlinico di Modena, il presidente dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, Paolo Ramonda, ha ringraziato Papa Francesco per aver concesso a tutti i sacerdoti il permesso di assolvere dal peccato di aborto.

Perché ha sentito la necessità di ringraziare così il Santo Padre?
“Perché le donne che sono arrivate a compiere un gesto talmente estremo come quello di sopprimere la vita dentro di loro, a volte indotte da vari motivi, spinte magari dai mariti o dalle stesse strutture sanitarie oppure da momenti di debolezza, di sconforto, di solitudine, possono accedere, nel loro pentimento, e nella loro angoscia, al perdono di Dio. E questa è una bella notizia”.

Però sui mass media è passato il messaggio che in fondo il Pontefice ha in qualche misura “depenalizzato” l'aborto...
“Ma non è assolutamente così! Se si legge bene il testo della lettera apostolica 'Misericordia et misera' il Papa ha ribadito che l'aborto resta un crimine gravissimo, un peccato gravissimo e noi lo testimoniamo, perché è un delitto contro un essere innocente, che non ha la possibilità di dire la sua, di difendersi. Ed è gravissimo anche che lo Stato usi le sue strutture, i soldi dei contribuenti per sopprimere la vita umana. Non è un caso che in Italia il 70% dei medici sia obiettore, perché la coscienza si ribella nel dover usare strumenti e strutture per spegnere la vita quando invece dovrebbero essere impiegati per salvarle”.

Le vostre preghiere davanti alle cliniche in cui si praticano aborti hanno sollevato forti critiche in passato. Eppure andate avanti.
“Senza dubbio. E' un'iniziativa nata più di 20 anni fa con don Benzi che ci chiamò e ci disse che non potevamo tacere di fronte a una simile ingiustizia, che non bastava pregare nelle chiese. In modo silenzioso, non violento, nei luoghi dove si praticano gli aborti diamo voce ai bambini e sostegno alle madri. Molte di loro hanno rinunciato ad abortire, hanno tenuto il loro bambino e ne sono felicissime. E poi c'è un altro aspetto”.

Quale?
“Bisogna dire basta a questa ipocrisia sociale che piange sulla denatalità del nostro Paese, dove l'indice di fertilità è di 1,2 figli a coppia quando per garantire il ricambio dovrebbe essere di 2,6. La realtà è che mancano quei 98.000 bambini non nati ogni anno per colpa dell'aborto, che avrebbero assicurato la rigenerazione della popolazione italiana. E ora anche le donne immigrate stanno purtroppo seguendo la stessa tendenza di fare sempre meno figli”.

Senza considerare l'aborto “chimico fai da te” con le varie pillole del giorno dopo. Non c'è il rischio di “privatizzare” e banalizzare un dramma del genere?
“Certamente, ed è altrettanto grave. Gli studi scientifici dimostrano che questi medicinali interrompono la gravidanza, se c'è. Così accanto all'aborto pubblico siamo tornati a quello privato. Lo Stato invece deve fare politiche per la vita, per la famiglia, per i giovani che hanno ancora voglia di formarsi una famiglia e di avere dei figli, come dimostrano le statistiche. Noi abbiamo comunità in Francia, in Germania: lì lo Stato riconosce dei sussidi, praticamente degli stipendi, a chi accudisce i figli. Non a caso in Francia il tasso di natalità è doppio rispetto all'Italia. Invece di spendere soldi per sopprimere la vita e fornire medicinali che fanno male ai nostri giovani, lo Stato dovrebbe aiutarli a formarsi, a permettergli esperienze costruttive, anche all'estero, a dargli gli strumenti per costruirsi un futuro”.

Nella vostra esperienza avete incontrato tante donne che hanno vissuto la tragedia dell'aborto. Come descriverebbe il loro cuore?
“Afflitto da un pianto inconsolabile, molte volte solitario, che si trascina per anni, che rimane dentro come un tarlo. Però se si dà a queste donne la possibilità di riconoscere il loro errore, se accettano il perdono di Dio e trovano una comunità che le sostiene, sono in grado di rinascere a una vita nuova, di donare nuova vita e molto spesso di aiutare gli altri. E' possibile risorgere: per questo è così significativa la decisione di Papa Francesco. E' un'autentica benedizione di Dio”.
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