Prigioni in Malawi, da “trappola mortale” a luogo di speranza

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La prigione di Zomba, una trappola mortale”, titolava il Sunday Times del 4 dicembre 2016. “Da anni questo carcere fa parte della storia del Malawi. Costruito nel 1937 in quello che era una specie di campo profughi, doveva poter accogliere al massimo 800 carcerati. Oggi, con 2.400 presenze è il carcere della morte” scrive dal Malawi p. Piergiorgio Gamba, missionario monfortano in Malawi, piccolo Stato dell’Africa Orientale bagnato dal Lago Malawi (detto anche Niassa). La Compagnia di Maria (Smm) è un istituto religioso maschile di diritto pontificio i cui membri sono detti popolarmente Monfortani.

“Questo carcere è un po’ il compendio di tutte le circa 30 prigioni, piccole e grandi del Paese, dove sono rinchiusi circa 15.000 carcerati” spiega il missionario, che ricorda come “nel 2014 l’Ispettorato delle Prigioni ha inviato un rapporto al Parlamento dove si denunciano terribili situazioni sanitarie, cibo immangiabile, sovraffollamento, abuso dei carcerati, mancanza di ventilazione nelle celle, persone tenute in carcere oltre le 48 ore dall’arresto senza accusa provata, corruzione del personale carcerario e insufficienza di programmi di riabilitazione e apprendistato”.

Ma, in mezzo a questo incubo legalizzato, è nata un’iniziativa volta a valorizzare il recupero dei detenuti e dei loro familiari. Proprio in relazione all’apprendistato, è stata avviata all’interno del carcere “l’esperienza della Casa a Metà Strada, volta a trasformare le prigioni in veri centri di riforma di chi si trova oltre le sbarre e di chi vive fuori”. Tra le iniziative avviate, “grazie al sostegno di Patrizia Lavaselli e dal Gruppo di San Marino, c’è la scuola materna della prigione di Zomba, che è diventata una scuola di cucito capace di auto-sostentamento e di avviamento professionale con tanto di esami riconosciuti dal ministero del lavoro” spiega p. Gamba.

La sezione femminile è un angolo di serenità e l’inizio di un cammino di recupero delle donne e mamme oltre le sbarre” sottolinea p. Gamba, perché “guardie carcerarie e detenute vivono in un modo nuovo gli anni di convivenza della prigione”. “La prigione-trappola di morte – descritta dal quotidiano anglosassone – può diventare una grande esperienza di vita” conclude il missionario.

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