MERCOLEDÌ 07 SETTEMBRE 2016, 000:01, IN TERRIS

PERCHÉ SIAMO TUTTI IMMIGRATI

Intervista al giornalista e intellettuale Filomeno Lopes

EMANUELA BAMBARA
PERCHÉ SIAMO TUTTI IMMIGRATI
PERCHÉ SIAMO TUTTI IMMIGRATI
Sarebbe stato uno degli ospiti principali al “Filofest”, il “Festival della filosofia per non filosofi nei luoghi della quotidianità”, che avrebbe dovuto tenersi ad Amandola e Pedaso dal 25 al 30 agosto, con il sottotitolo: “Abitare il mondo, la terra, i luoghi, il corpo, lo spirito, gli spazi sociali”. Ma la manifestazione è saltata a causa del terremoto, che ha distrutto alcuni dei quei luoghi del quotidiano scelti come salotto di pensieri “alti”, ed è stata rinviata a data e luoghi indeterminati. Filomeno Lopes, giornalista della redazione portoghese di Radio Vaticana, filosofo, missiologo, teologo e scrittore, originario di Guinea-Bissau, considerato tra i massimi esponenti della cultura africana, avrebbe parlato di “immigrazione”, civile e antropologica, a partire dal suo ultimo libro: “Dalla mediocrità all’eccellenza. Riflessioni filosofiche di un immigrante africano” (edizioni Sui). In Terris lo ha intervistato.

Filomeno Lopes, nel suo libro, lei crea un neologismo denso di significato: “immigrante” invece di “immigrato”. Chi è l’immigrante?
“È una formula linguistica per correggere alcuni ‘errori’ che io noto quando sento parlare di immigrazione. Come africano, quale contributo posso portare al tema dell’ospitalità, mi sono chiesto. Perché l’immigrazione è trattata come un tema politico, invece è innanzitutto un problema antropologico, e bisognerebbe parlare piuttosto di ospitalità. Siamo tutti immigrati sulla terra, in qualche modo ospiti, di un Paese, di una famiglia, di una condizione umana. Siamo tutti migranti permanenti nella vita, immigranti. La nascita è un’immigrazione, un’immersione nella storia dell’umanità. Usare il termine ‘immigrato’ per definire una persona come diversa dal cittadino è un modo per dimenticare che siamo tutti viandanti sulla terra, finché alla sera della vita non torniamo al luogo da cui proveniamo. Nasciamo nudi e nudi torniamo alla terra. Da noi, in Africa, il corpo della persona morta viene lavato prima del funerale. Non è soltanto per motivi di igiene, ma per ricordare che con la morte ci ‘ripuliamo’ di tutti i legami e le proprietà terrene. La sfida è culturale: saper riconoscere l’altro come persona, simile a noi, vedere nel suo sguardo la nostra responsabilità verso di lui come verso noi stessi e verso il creato. A partire da questa consapevolezza si possono affrontare i problemi del cambiamento, della convivenza tra diversi e anche della sicurezza”.

“Oltre il 90 percento delle vittime delle tragedie di Lampedusa e di quelle che tutt'ora continuano a perire nel Mediterraneo e Sahara sono di origine africana”, ricorda padre Federico Lombardi in una nota. C’è un genocidio africano della migrazione, dunque?
“È cominciato nel XV secolo. Giovanni Paolo II, in visita all’isola di Gorée, disse che la schiavitù transatlantica è l’Olocausto dimenticato’. Questa migrazione forzata, iniziata con la prima colonizzazione e che oggi continua per la guerra e a povertà, è un genocidio. Gli occidentali hanno affermato un loro ‘ius migrandi’, un diritto riservato di essere cittadini del mondo,senza riconoscere ad altri neppure il diritto di esistere. È stata la giustificazione prima per la schiavitù transatlantica, poi per l’Apartheid, oggi per la chiusura dei confini. La differenza, rispetto alla schiavitù del passato, è che prima agli africani veniva data comunque una possibilità di vita, per quanto dolorosa e difficile, nel lavoro forzato, oggi sono costretti a lasciare il loro Paese senza alcuna prospettiva di vita”.

Nella stessa nota, padre Lombardi parla di responsabilità dei politici, anche locali. Quali sono le cause di quanto sta avvenendo?
“Certo, insieme all’assordante silenzio dei media su questo genocidio degli africani c’è il silenzio, colpevole, dei nostri rappresentanti politici. Il Mare Mediterraneo è diventato un cimitero a cielo aperto, ma ancora di più lo è il deserto del Sahara. Dopo avere inventato questo ‘ius migrandi’ esclusivo per gli occidentali, si pretende di confinare gli africani nei limiti del continente africano, come una prigione all’aria aperta. È un problema di civiltà, anche politico, che gli stessi dirigenti e rappresentanti africani dovrebbero porre e risolvere in collaborazione con l’Unione Europea, innanzitutto”.

Come giornalista e come analista culturale e sociale, ritiene che ci sia un inasprimento del razzismo, della paura e del rifiuto del diverso e, anche, dell’indifferenza?
“Il nuovo fenomeno di oggi è quello che chiamo di un ‘razzismo decomplessato’. Fino a qualche tempo fa, il razzista era chiamato tale. Oggi, si può essere razzisti e proclamare pubblicamente idee razziste senza temere di essere considerati tali e perfino senza avere consapevolezza di esserlo. Oltre il 90 percento dei politici italiani, anche tra coloro che si esprimono in favore dell’esclusione e del disprezzo degli immigrati, hanno a casa badanti straniere, spesso africane, che si prendono cura dei figli, dei nipoti o dei genitori anziani. Sono immigrati che si occupano di bambini e anziani, a loro è affidato il futuro e la memoria della società italiana, gli ultimi e i più preziosi segreti della famiglia. Questo, allora, è il vero problema di questa società: la solitudine, l’anaffettività, l’individualismo e l’indifferenza appunto. Il tema è di una cultura del denaro e del possesso che ha preso il sopravvento”.

Com’è cambiata la società africana – se si può parlare di “una” società africana, omogenea – nel secolo scorso e all’alba del terzo millennio?
“Le società africane non sono immuni dalla storia sono anche il frutto delle società occidentali. L’Africa nasce con una identità consapevole sulle navi che trasportavano gli schiavi nell Americhe, proprio con il problema della migrazione forzata. Nasce come unità di passione e di sofferenza e anche di un progetto per un futuro migliore. L’Occidente è diventato mondiale nel processo di occidentalizzazione del mondo di cui parla il filosofo francese Latouche. Quando arriva la Coca Cola in un Paese africano non cambia solo l’alimentazione o il modo di bere, cambia tutta la società. Le cose buone e le nefandezze che avvengono in Occidente, in Europa, hanno un effetto in Africa e a livello planetario, viceversa. Siamo interconnessi, tutti cittadini del mondo, a prescindere dalla cittadinanza formale. Il dominio del denaro è planetario, si vive anche in Africa, e ha prodotto la crisi dei valori tradizionali, dell’ospitalità, della famiglia”.

Che significa il titolo del libro: “Dalla mediocrità – di chi, in cosa – all’eccellenza – quale –” ?
“Mediocrità nel senso latino, di ciò che resta come minimo indispensabile di una vita che invece aspira al meglio. In Africa non si usa la parola ‘immigrato’, eppure ce ne sono milioni, c’è una forte migrazione interna, ma non sono considerati inferiori e diversi dai cittadini, non sono costretti a lavori dequalificati. Per poter coesistere in pace bisogna innanzitutto esistere, con la propria dignità di persone umane, capaci di eccellere, di dare il meglio di se stessi, sulla base non del colore della pelle, della fede o della nazionalità, ma sulla base del proprio valore e delle virtù umane. Sono queste che segnano il trionfo della vita sulla morte”.
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