NASCE “RELIVE”, LA PRIMA RETE ITALIANA DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:10

È nata “Relive” – Relazioni libere dalla violenza – la prima associazione nazionale dei centri che si occupano del recupero degli uomini maltrattanti e delle loro vittime. Alessandra Pauncz, psicologa e psicoterapeuta fondatrice del primo centro per uomini violenti, il C.a.m di Firenze – nato nel 2009 e che ha fatto da modello a molti altri progetti sul territorio nazionale – è l’ideatrice dell’iniziativa. “L’obiettivo di Relive – spiega Pauncz – è garantire la qualità dei centri e migliorare l’intervento, attraverso lo scambio di esperienze. Le tipologie dei sex offenders infatti sono tante, così come sono diverse le modalità di intervento. Lo scopo, non è solo curare queste persone ma anche mettere in sicurezza le loro compagne e i loro figli”.

In tutto sono nove i centri che fanno parte di Relive, dislocati tra Milano (tre centri), Firenze, Rovereto, Torino, Genova e Ferrara. “Vogliamo garantire una presenza capillare sul territorio – spiega la psicoterapeuta – ma per farlo ci servirebbe un sostegno economico maggiore da parte delle istituzioni. Oggi questi centri si finanziano grazie alla sensibilità degli enti locali, ma le difficoltà per andare avanti sono tante. Siamo in attesa del nuovo Piano nazionale sulla violenza di genere, e speriamo ci siano risorse in più per i centri antiviolenza. Perché se rinunciamo a questa partita mettiamo a rischio innanzitutto le donne”.

A fare ricorso ai centri antiviolenza ci sono sempre più ragazzi giovani, tra i 23 e i 30 anni, una vera inversione di tendenza rispetto agli anni passati. “Negli ultimi sei mesi – prosegue Pauncz – abbiamo riscontrato un abbassamento dell’età degli utenti che si sono rivolti al nostro centro a Firenze. Sono ragazzi anche molto giovani alla prese con la prima relazione importante della loro vita e che si trovano a non saper gestire il confronto. E per questo ricorrono alla violenza”.

Per Pauncz, che molti giovani decidano di farsi curare è un fatto positivo “Non solo perché si rompe lo stereotipo dell’uomo maltrattante come un uomo anziano legato a una vecchia idea della donna, mentre sappiamo che il fenomeno può riguardare tutti, ma anche perché vuol dire che l’opera di sensibilizzazione fatta in questi anni ha funzionato. Questo ci dice – conclude – che è in atto un cambiamento culturale importante”.

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