VENERDÌ 14 LUGLIO 2017, 000:01, IN TERRIS

MONS. SANTORO: "COSI' SI AFFRONTA L'EMERGENZA LAVORO"

ANDREA ACALI
MONS. SANTORO:
MONS. SANTORO: "COSI' SI AFFRONTA L'EMERGENZA LAVORO"
 

Il lavoro è un’autentica emergenza. In Terris ne ha parlato con mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del comitato organizzativo della Settimana Sociale dei cattolici in programma dal 26 al 29 ottobre a Cagliari.

I recenti dati dell’Istat attestano un nuovo aumento della disoccupazione. C’è il rischio di una ripresa senza la creazione di lavoro? E cosa comporta sul piano sociale?

“Una ripresa senza creazione di lavoro è solo apparente e anche se ci fosse non sarebbe una ripresa che rispetta pienamente la centralità della persona. E’ una questione sociale in cui il centro non è determinato dal profitto né è costituito dall’impresa ma dalla persona umana che lavora e che nell’opera mette il suo ingegno. Per cui la caratteristica della ripresa deve essere proprio uno sviluppo, magari con nuove tecnologie, però sempre tenendo conto del valore della persona, che si realizza attraverso un lavoro degno”.

Si parla spesso di flessibilità ma non c’è il rischio di allargare la platea dei lavoratori precari, sottopagati, sfruttati?

“Certamente, se flessibilità significa un aumento del lavoro nero, che non mette al centro la dignità della persona, allora finiamo totalmente fuori strada. Però una certa flessibilità che permetta l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro sarebbe anche auspicabile purché l’obiettivo non sia il profitto, l’accumulazione del denaro, dei beni. Non è un’affermazione assoluta, sì o no alla flessibilità: dipende dalla prospettiva. Se si fa per allargare la partecipazione delle persone al lavoro è accettabile. Se invece si fa semplicemente per aumentare i profitti ed essere competitivi per chi guadagna di più sul mercato, è una forma molto negativa”.

Che ne pensa del reddito di cittadinanza? Non c’è il pericolo di nuove forme di assistenzialismo?

“Sono stato in Brasile e la soluzione adottata dal governo Lula, e prima ancora qualche tentativo era stato fatto dal governo precedente di Fernando Henrique Cardoso, è stata quella di un reddito erogato a precise condizioni che permettesse l’uscita dalla fascia di povertà assoluta. Questo in Brasile è avvenuto per milioni di persone”.

Quali erano tali condizioni?

“Era necessario dimostrare l’impegno da parte delle famiglie, e in particolare delle donne, a cui veniva erogato il reddito, per l’educazione dei figli, in modo che potessero controllare che i ragazzi andassero a scuola, che potessero avere una formazione. Non era semplicemente dare un reddito a tutti punto e basta. Significa, invece, come ci dice il Papa, mettere al centro la questione del lavoro e non del reddito, della rendita. Una persona che ha un reddito e non si impegna nel lavoro o è un parassita che vive sulle spalle di altri oppure è un insoddisfatto. Occorre pertanto realizzare le condizioni per un’inclusione nel mondo del lavoro ma anche circostanze che rendano possibile lo sviluppo integrale delle relazioni della persona per il sostegno della famiglia e della società”.

Il presidente dell’Inps Boeri ha dichiarato che chiudere le frontiere potrebbe comportare un buco di 38 miliardi nella previdenza. Ma molti sostengono che gli immigrati tolgono lavoro agli italiani. E’ davvero così?

“E’ una favola. Quando noi siamo andati emigranti in altri Paesi, penso a Germania, Stati Uniti, Belgio, Francia, è stata un’occasione di crescita, di integrazione. Io sono stato 27 anni in Brasile, prima come sacerdote fidei donum e poi come vescovo ho visto che lì i nostri connazionali hanno fatto lavori durissimi ma hanno lasciato l’impronta della loro creatività. Se ci fossero stati governi orientati a chiudere le frontiere non avrebbero potuto sviluppare le loro famiglie, le loro potenzialità e non avrebbero contribuito, nel sud del Brasile, dove c’è stata un’alta immigrazione dall’Italia, insieme ad altre zone, come San Paolo, all’incremento qualitativo e culturale del Paese”.

A Taranto tiene banco la questione Ilva e di conseguenza il rapporto tra lavoro e ambiente. Pensa che sia possibile arrivare a una soluzione soddisfacente? Come la stanno vivendo nella sua città?

“E’ una delle questioni capitali, la prima che la nuova amministrazione si deve porre. Ho incontrato il nuovo sindaco (Rinaldo Melucci, ndr) e gli ho detto che deve essere un interlocutore autorevole sia dei nuovi acquirenti dell’Ilva che del potere politico regionale e nazionale. Deve far ascoltare la voce di Taranto ed essere un partner all’altezza di tutte le iniziative che si dovessero porre. Quindi innanzitutto un recupero della funzione pubblica. Poi è necessario far appassionare la gente alla vita pubblica, far appassionare i giovani al servizio della società e alla vita politica, non è possibile che siamo arrivati al 30% di votanti e il resto si astiene. Sulla questione specifica dell’Ilva, di fronte alle varie situazioni che si prospettano, ho detto quello che a me interessa, ascoltando la voce dei cittadini che mi vengono a trovare, sia quelli ammalati di cancro che mi chiedono ‘Eccellenza non ci faccia ricadere in un’oppressione, in uno squilibrio che contamina la vita e l’ambiente’, sia quelli che mi dicono ‘Eccellenza, protegga, difenda il nostro posto di lavoro’ mentre tanti altri mi lasciano il curriculum perché il lavoro non ce l’hanno. Ho ribadito la necessità di intervenire sui due fronti ai nuovi acquirenti ma anche al governo: occorre difendere sia la salute che il lavoro. Non entriamo però in questioni tecniche, anche se ho una preferenza personale per l’interruzione del ciclo completo del carbone sostituendolo progressivamente o integrandolo con quello del gas. Ho detto anche, di fronte alla prima proiezione che ipotizzava 5000 esuberi, che non è assolutamente possibile. Poi il governo ci ha rassicurato attraverso il ministro Calenda e il viceministro Bellanova dicendo che nessuno perderà il posto di lavoro, saranno tutti impiegati o direttamente nell’Ilva o nelle opere di bonifica attualmente gestite dai commissari governativi. Bene. Aspettiamo i fatti, se si realizzeranno, altrimenti ci uniremo con tutta la nostra società per mettere in evidenza un problema che è prima di tutto umano. Perché come pastore mi interessa il tema della difesa della vita, della salute e del lavoro di cui la persona può vivere con dignità”.

“Il lavoro che vogliamo” e una citazione di Papa Francesco “libero, creativo, partecipativo e solidale”, sarà il tema della Settimana Sociale di Cagliari. Cosa dobbiamo aspettarci da quell’appuntamento?

“Tutta quella settimana è orientata al ‘dopo-settimana’. Non saremo noi a risolvere la questione del lavoro in Italia, però come ci suggerisce il S. Padre, tutta l’azione preparatoria del Comitato organizzatore si avvia a indicare percorsi realistici. Prima di tutto sentiamo fortemente il dramma del lavoro che non c’è. Non è possibile, particolarmente da noi al Sud, una disoccupazione giovanile dai 15 ai 29 anni oltre il 50%. Come non sono possibili la precarietà, il lavoro nero, il caporalato… vogliamo indicare percorsi per rispondere alla mancanza del lavoro e alla precarietà, trovando nell’innovazione tecnologica, quindi nell’industria 4.0, e in un certo uso intelligente e umano della robotica, un alleato e non un nemico. Guardiamo con occhio positivo a questo, basta che i processi siano condotti dall’intelligenza e dal cuore. La nostra Settimana Sociale di Cagliari non sarà un punto d’arrivo ma un momento in cui ci sarà la denuncia, poi ci sarà la presentazione di buone pratiche: ne sono state raccolte più di 300 in tutta Italia di cose serie, in molte situazioni d’emergenza realizzate dai giovani. Infine ci sarà il racconto del lavoro che va verso l’innovazione e anche delle proposte che presenteremo al Parlamento per venire incontro a questa emergenza. Voglio sottolineare che il Comitato, girando l’Italia, ha comunque trovato un clima di speranza, di ottimismo. Non vogliamo fare un convegno ma rispondere a un problema reale che abbiamo in Italia”.

Foto dal sito Vita.it
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