L’OMICIDIO DI DON PINO PUGLISI NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO

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“Il credente che abbia preso in seria considerazione la propria vocazione cristiana, per la quale il martirio è una possibilità annunciata già nella rivelazione non può escludere questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita. I 2000 anni dalla nascita di Cristo sono segnati dalla persistente testimonianza dei martiri”. Questa frase dell’ormai santo Giovanni Paolo II (Incarnationis Mysterium, n.10) esprime nella sua essenza la vita di don Pino Puglisi, nato nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre del 1937, figlio di calzolaio e di una sarta, ucciso dalla mafia nella stessa borgata il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno.

Viene ordinato sacerdote dal cardinal Ruffini nel 1960; l’anno successivo è vicario presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli. Dal 1962 si dedica anche all’insegnamento in alcune scuole superiori del capoluogo siciliano. In questi anni inizia a seguire i giovani, interessandosi delle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città. Con molta attenzione segue i lavori del Concilio Vaticano II diffondendone subito i documenti tra i fedeli, con speciale riguardo al rinnovamento della liturgia, al ruolo dei laici, ai valori dell’ecumenismo e delle chiese locali. Il suo desiderio fu sempre quello di incarnare l’annunzio del Cristo nel territorio, assumendone tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana.

Nell’ottobre del 1970 diventa parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo – segnato da una sanguinosa faida – dove rimane fino al 31 luglio 1978, riuscendo a riconciliare le famiglie dilaniate dalla violenza con la forza del perdono. Il 29 settembre 1990 diviene parroco a San Gaetano, una parrocchia di Brancaccio. Il 29 gennaio 1993 inaugura nel quartiere il centro “Padre Nostro”, che diventa il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del posto. In questo periodo viene aiutato anche da un gruppo di suore e dal viceparroco, Gregorio Porcaro. Collabora con i laici per rivendicare i diritti civili della borgata, denunciando collusioni e malaffari, subendo minacce ed intimidazioni.

Il giorno del suo compleanno, il 15 settembre 1993, due ragazzi lo ammazzano sotto casa. Sulla base delle ricostruzioni, quella sera don Pino, sceso dall’automobile, si era avvicinato al portone della sua abitazione. Qualcuno lo chiamò, lui si voltò mentre qualcun altro gli scivolò alle spalle e gli esplose un colpo alla nuca. Una vera e propria esecuzione mafiosa. La sua attività pastorale – come è stato ricostruito anche dalle inchieste giudiziarie – ha costituito il movente dell’omicidio, i cui esecutori (Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza) e mandanti mafiosi (i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano) sono stati arrestati e condannati con sentenze definitive. Lo stesso Spatuzza raccontò gli ultimi istanti di don Pino: un sorriso e poi un “Me lo aspettavo”.

Subito dopo il delitto numerose voci si sono levate per chiedere il riconoscimento del martirio. In memoria del suo impegno, innumerevoli sono le scuole, i centri sociali, le strutture sportive, le strade e le piazze a lui intitolate in ogni parte d’Italia. A cinque anni dal delitto, il Cardinale Salvatore De Giorgi ha insediato il Tribunale Ecclesiastico Diocesano per il riconoscimento del martirio. L’indagine, conclusa a livello diocesano nel maggio 2001, è stata inviata presso la Congregazione per le Cause dei Santi in Vaticano. Nel 2013, il 25 maggio, la beatificazione al “Foro Italico Umberto I” di Palermo. La sua vita e la sua morte sono state testimonianze della sua fedeltà al cristianesimo rivelando esplicitamente la malvagità e l’assoluta incompatibilità della mafia con il messaggio evangelico.

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