MARTEDÌ 25 AGOSTO 2015, 000:02, IN TERRIS

La nuova guerra per il petrolio

AUTORE OSPITE
La nuova guerra per il petrolio
La nuova guerra per il petrolio
gianolaQualcuno ricorda le previsioni sul prezzo del petrolio a 200 usd/barile? Bene, qualche anno fa erano piuttosto comuni fra gli operatori, quando nel 2008 aveva toccato il prezzo massimo di 147.25 usd/barile, ma, oggi, sono state smentite dall’andamento dei mercati. Il 20 agosto il Crude Oil ha toccato i suoi minimi da quasi dieci anni, chiudendo a meno di 41 usd/barile nonostante il continuo aumento della domanda relativa e le previsioni a breve termine continuano a spingere su un trend ribassista.

Sembra incredibile che, nel giro di pochi anni, si sia potuta registrare un’inversione di tendenza di queste dimensioni: ma a cosa è dovuto? Diciamo che, tra il 1970 ed oggi, numerosi nuovi produttori di greggio si sono aggiunti agli storici membri dell’Opec: si sono aperti via via i mercati del nord Europa, del Sud America, della Russia portando l’offerta di petrolio a crescere costantemente, unitamente alla domanda.

Quarant’anni fa si ipotizzava, infatti, il termine delle riserve mondiali entro la fine del XX secolo, invece, oggi, a cinque lustri di distanza dalla dead line, la possibilità di estrarre petrolio sembrerebbe quasi infinita, anche per merito delle nuove tecnologie; ma non dappertutto il prezzo di estrazione è identico.

Proprio su questo fatto, probabilmente, è iniziato il trend ribassista. L’apertura di nuovi giacimenti rende più conveniente il rifornimento verso zone con una stabilità politica maggiore, come il mare del nord, le piattaforme al largo del Corno d’Africa e gli Usa stessi che, con la rivoluzione dello shaleoil, hanno potuto cominciare l’estrazione anche da giacimenti prima non economicamente utilizzabili. Questo ha portato a una pressione maggiore sui principali produttori e su quei paesi, come la Russia, che vedono la propria economia basata soprattutto sull’estrazione e l’export di idrocarburi.

Non è un caso che l’inizio del crollo dei prezzi sia iniziato con le sanzioni imposte alla Russia, probabilmente per sfiancare il colosso guidato da Vladimir Putin ma che, cogliendo la palla al balzo, la cosa abbia presentato un’occasione per l’OPEC di eliminare qualche concorrente di troppo. L’Arabia Saudita, infatti, ha aumentato la produzione e inondato i mercati del suo petrolio sfruttando un costo di estrazione piuttosto basso, si parla di 5/6 usd/barile, per cercare di bloccare anche l’estrazione dai nuovi pozzi americani che, inizialmente, indicavano come limite minimo di convenienza alla produzione il prezzo di 60 usd/barile.

La tecnologia, però, non è statica, così come i prezzi di produzione che possono contare su economie di scala rilevanti una volta che il sistema è stato messo in movimento. Oggi le moderne aziende americane stimano che il nuovo supporto minimo possibile da raggiungere come prezzo del greggio prima di bloccare l’estrazione mediante le tecniche di fracking sia intorno ai 20/25 usd/barile così come Gazprom, il principale produttore russo, indica la sua convenienza ad operare fino ai 30 usd/barile prima di vedere i profitti azzerati.

Si aprono nuovi orizzonti, quindi, sulle possibilità di discesa del prezzo, anche se difficilmente rivedremo i circa 10 usd/barile degli anni ’90, proprio per questa “guerra dei prezzi” che si è innescata in questi ultimi mesi. Se 140 usd/barile erano sicuramente esagerati bisogna ricordare che a novembre dello scorso anno il prezzo si aggirava ancora intorno ai 70 usd/barile e, ora, sembra avviato al dimezzamento di questa quota; molti player globali, così, rischiano di uscire di scena, come il Venezuela che è sull’orlo del default poiché le politiche economiche del regime socialista voluto prima dal defunto Chavéz , ora, dal successore Maduro contavano su un prezzo che sarebbe cresciuto fin oltre i 180 usd/barile, mentre i produttori con un sistema estrattivo più efficiente si avviano ad aumentare ancora l’offerta cercando di sfruttare questo livello decrescente di prezzi per ottenere dei posizionamenti commerciali e politici ben maggiori.

Tempo fa, in un articolo su The Fielder scrivevo che “il petrolio conviene acquistarlo sul mercato piuttosto che conquistarlo con le armi”, parimenti la guerra conviene condurla a livello commerciale, con i prezzi, piuttosto che con le armi; i rischi sono minori e le possibilità di guadagni molto superiori nel medio/lungo periodo… Questo almeno finché la corda, ormai sempre più tesa, non si spezzasse e, allora, gli scenari cambierebbero in maniera repentina e non ipotizzabile.
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