GIOVEDÌ 13 AGOSTO 2015, 000:03, IN TERRIS

La bacchetta magica della Procura

AUTORE OSPITE
La bacchetta magica della Procura
La bacchetta magica della Procura
burocrazia e corruzioneUna delle critiche che maggiormente colpisce i magistrati addetti alle Procure è quella di “scegliersi i processi”, di decidere senza regole o, quanto meno, senza criteri trasparenti, sulle indagini da svolgersi e su quelle da “mettere da parte”. L’esperienza negli Uffici giudiziari insegna che il tentativo reale di chi lì lavora, come pubblico ministero, è quella di tentare di approdare in tutti i casi ad un esito definitorio della fase istruttoria, ma questo porta, a caduta, a richiedere al Tribunale un gran numero di udienze, superiore a quelle che le strutture possono gestire. Ulteriore passaggio è quello del grado di appello ove, presupposta la necessità di una maggiore ponderazione e confronto, i giudici che congiuntamente devono decidere sono tre, mentre in primo grado la maggioranza dei processi è deciso dal “giudice monocratico, ponendosi la collegialità come eccezione.

Il legislatore, ben a conoscenza del problema, ha voluto porre delle regole ed ha imposto, in sede di dibattimento penale e non già nella precedente fase delle indagini, che, per la gestione delle priorità, “si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l'accertamento dei fatti, nonché dell'interesse della persona offesa”. Il controllo avviene perché “Gli uffici comunicano tempestivamente al Consiglio superiore della magistratura i criteri di priorità ai quali si atterranno per la trattazione dei procedimenti e per la fissazione delle udienze”. Il rigore del rispetto di tale regola darà modo di valutare il Presidente del Tribunale ed i Presidenti di sezione in sede di conferma dell’incarico.

Parallelamente per le Procure il CSM ha approvato delibere che rendono trasparente l’attività del Pubblico Ministero. Ma non si può sottovalutare che le denunce, che il codice di procedura penale chiama “notizie di reato”, sono davvero moltissime ed il filtro che si svolge negli Uffici inquirenti è davvero complesso, tanto che, di fatto, poi si deve prendere atto della critica di discrezionalità. Critica ingenerosa e spesso strumentale, finalizzata solo a cambiare il sistema di organizzazione delle Procure, volendosi da tante parti arrivare ad un controllo delle stesse. Lo stesso spirito che anima la cd. volontà di separazione delle carriere tra giudici e PM, spesso si nota in chi adombra oscure manovre interne alle Procure che portano a preferire, opacamente, un procedimento ad un altro.

I rimedi praticabili sono molteplici, dall’indispensabile aumento di organici del personale amministrativo della Giustizia alla diminuzione del numero dei reati, solo per citare i principali, ma certamente non si può non riflettere sul ruolo stesso dell’attività giudiziaria, in particolare di quella requirente, quella svolta dai pubblici ministeri.Il sistema giustizia, in ogni ordinamento, è destinato al momento repressivo, spettando alla Pubblica Amministrazione la fisiologia della vita sociale, la gestione, diremmo, del quotidiano. Il reato, quello di cui si occupano i Magistrati penali, deve tutelare interessi di primaria importanza per la collettività, il diritto penale deve essere extrema ratio, l'intervento del diritto penale deve essere necessario, quindi se il bene è già protetto da sanzioni extra-penali il ricorso allo strumento penale risulta ingiustificato. Uno dei padri della nostra Costituzione, Piero Calamandrei affermava che la giustizia penale “ è una spada senza impugnatura, ferisce anche chi pensa di brandeggiarla”.

La conseguenza è chiara, se la Pubblica amministrazione non fa tutto ciò che è nelle proprie possibilità per gestire al meglio una società, anzi, talvolta dolosamente, talvolta per inettitudine ha comportamenti criminogeni, proprio perché non pone regole chiare e controlli preventivi “forti” per farle rispettare, è ovvio che si creeranno le condizioni perché il sistema giustizia, necessariamente ultimo e fragile – quanto meno sotto il profilo organizzativo - anello di una catena che sembra non tenere, riceva un numero di notizie di reato che diventeranno ingestibili e che comporterà che non tutte potranno esser sufficientemente ed efficacemente evase.Il sistema giustizia, in ogni Paese, in ogni tempo, in ogni struttura sociale, deve interessarsi della patologia della società, non diventare un indispensabile passaggio della catena di controllo. Da tale punto di vista non può non chiamarsi in causa anche il malvezzo di tanti privati che, in presenza di problemi risolvibili con la semplice buona volontà di un accordo o, al più, rivolgendosi al Giudice civile, costruiscono denunce fantasiose per far sì, anzi purché si faccia in modo, che intervenga il pubblico ministero.

Una strana sensibilità, nel nostro Paese, oggi. Da una parte critiche all’operato del pubblico ministero da un canto, dall’altro un continuo richiamarsi alla necessità del suo intervento perché con la bacchetta magica risolva ogni problema non fosse altro che con la sua autorità. Forse questa la ragione per cui tanti vogliono ottenerne il controllo: ma il pubblico ministero controllato dall’esterno avrà la stessa credibilità e lo stesso prestigio di quello di un magistrato che, se anche oberato da carichi lavorativi, sa di non dover dar conto alla politica o a gruppi di potere?

Paolo Auriemma, Pubblico Ministero
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