In Crimea dopo l’annessione arrivano le “nazionalizzazioni”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:35

Sono passati circa otto mesi dall’annessione della Crimea alla Russia. Nel passaggio dalla sovranità ucraina a quella di Mosca molte cose stanno cambiando: la lingua ucraina è scomparsa dai programmi scolastici, il simbolo presidenziale della Russia è esposto negli edifici governativi e le leggi russe stanno lentamente entrando in vigore. I residenti ucraini, come molti altri esponenti delle minoranze, stanno lasciando il Paese; altri rimangono, a loro rischio e pericolo. Un’inchiesta di Associated Press – l’agenzia di stampa internazionale con sede negli Usa – ha fatto emergere il lato oscuro di quella politica chiamata “nazionalizzazione”, un nome altisonante per nascondere un vero e proprio furto nei confronti delle proprietà di cittadini non russi.

Secondo il report di Associated Press, un gran numero di aziende della Crimea di proprietà di ucraini, tatari o semplicemente di oppositori del nuovo regime, è stata “nazionalizzata a forza dal governo russo”, senza i prescritti ordini dei tribunali e senza che l’indennizzo venisse pagato agli espropriati. I leader dei filo-russi asseriscono che questi espropri, che loro chiamano appunto “nazionalizzazioni”, sono necessari a causa della cattiva gestione dei politici e oligarchi ucraini degli ultimi vent’anni. Sergei Aksyonov, capo del governo della Crimea, ha spiegato che “Negli ultimi dieci anni molte aziende statali sono state rubate dal governo e ogni sorta di proprietà è stata privatizzata illegalmente, per cui lo Stato non ha ricevuto alcun guadagno”.

Secondo la costituzione russa, l’ordine del tribunale è fondamentale e l’indennizzo “pieno” dovrebbe essere corrisposto prima dell’esproprio. Ma di rubli, per molti ex imprenditori, non se n’è vista neppure l’ombra. Il video di Associated Press testimonia proprio alcuni di questi casi. Il proprietario degli Yalta Film Studios, Sergei Arshinov, ha raccontato che “un giorno di ottobre una dozzina di uomini armati sono entrati dai cancelli, hanno costretto tutti i dipendenti a sdraiarsi sul pavimento, hanno sequestrato tutto il palazzo e fermato il lavoro degli Studios”. Una storia simile è accaduta alla stazione televisiva Black Sea, chiusa a fine agosto dai filo-russi. “Tutti i cavi sono stati staccati e tutto è stato messo sotto sopra. Qual era il loro scopo? Non si capisce, evidentemente volevano eliminare del tutto la nostra società”, ha dichiarato Ludmila Zhuravleva, presidentessa della stazione tv. Da una prima stima del Ministero della Giustizia ucraino, sono circa 4.000 le espropriazioni riguardanti organizzazioni, aziende e proprietà private avvenute in soli otto mesi.

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