Il viaggio di Obama in Asia: a due settimane dai colloqui nessuno sviluppo

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:02

Un viaggio in Asia per riacquistare credibilità sulla scena internazionale, dopo la batosta casalinga delle elezioni di midterm: Barak Obama, alla vigilia del tour fra Cina, Myanmar e Australia, aveva probabilmente sottovalutato la sfida. L’”anatra zoppa”, com’era stato soprannominato dai media alla partenza, è tornato in patria mancando decisamente gli obiettivi fissati in agenda e riuscendo a racimolare solo qualche blando accordo.

Il “Pivot to Asia”, la strategia impostata da Obama nel 2010 per riacquistare spazio politico e militare in un’area sempre più dominata da Pechino, lascia ormai il passo al “Sogno dell’Asia Pacifico”, la versione aggiornata di quel “sogno cinese” che Xi Jinping aveva lanciato all’inizio del suo mandato. Ed è proprio sulle relazioni Usa-Cina che il Presidente americano è inciampato maggiormente: Jinping è riuscito ad imporre la gran parte delle richieste, “regalando” a Obama qualche piccola concessione su clima e sicurezza informatica.

La Cina, il vertice Apec e gli accordi commerciali. La prima tappa ha portato Obama a Pechino per il summit Apec, l’Asia-Pacific Economic Cooperation, con una serie di obiettivi da realizzare: il più importante era sicuramente l’imposizione del “Tpp”, Trans Pacific Partnership, un super accordo tra Stati Uniti e gli altri undici Paesi dell’area Asia-Pacifico a eccezione della Cina. Il testo, già criticato in patria, non ha toccato l’interesse dei partner e ha dato l’occasione a Xi Jinping per imporre invece il suo Free Trade Area of the Asia-Pacific (Ftaap).

In questo senso, l’incontro di Jinping con il premier giapponese Shinzo Abe ha sicuramente segnato un altro punto per la Cina. In rotta di collisione per le dispute territoriali, i due si sono fatti fotografare insieme, malgrado non abbiano firmato nessuna intesa: l’accordo più importante dell’Apec, infatti, Jingping l’ha strappato alla Presidentessa della Corea del Sud, Park Geun-hye. Il patto eserciterà una certa pressione su Taiwan per quanto riguarda la riunificazione, visto che il 77% delle esportazioni sudcoreane e taiwanesi si sovrappongono: l’applicazione delle nuove norme tra Pechino e Seul farebbe diminuire le esportazioni e dunque il Pil di Taiwan.

Accantonato l’obiettivo TPP, il presidente americano ha strappato a Jinping una serie di accordi sul commercio, sui visti, sulla collaborazione militare e sul cyberspionaggio: è sui temi ambientali che Obama ha segnato il suo punto più importante.

Stati Uniti e Cina, che da soli producono il 45% dell’effetto serra globale, hanno promesso di ridurre le emissioni del 25-28% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025 (Washington) e di fermarne l’aumento entro il 2030, incrementando del 20% l’utilizzo di energie pulite (Pechino).

Ma quante concessioni ha davvero fatto la Cina al presidente Obama? In realtà Jinping ha accettato solo limitazioni già previste dal suo mandato, spostando il discorso dalla riduzione delle emissioni nocive allo sviluppo delle strutture energetiche alternative. Se si osservano infatti le previsioni sulla crescita delle rinnovabili in Cina, si nota come fosse già nei piani di Pechino ottenere nei prossimi anni il 12% circa da fonti come eolico e solare e l’8-10% dal nucleare. Esattamente il 20% promesso ad Obama con l’accordo sul clima.

Il Myanmar e le ambiguità di Obama. Il merito dell’accreditamento della Birmania sulla scena internazionale, prima completamente isolata e alla mercè della Cina, è sicuramente degli States. E’ grazie all’impegno di Obama nel 2012 e a quello dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, se il Myanmar è tornato al centro del dibattito mondiale. Ma l’occasione di ribadire questo successo personale è stata sciupata dalle ambivalenze di Obama che, nella sua seconda tappa, ha incontrato sia Aung San Suu Kyi che il Presidente Thein Sein.

Cercando di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”, il numero uno della casa Bianca ha agevolato l’incontro fra i due, tentando di strappare a Thein Sein la possibilità per la leader dell’opposizione di candidarsi alle elezioni del 2015. Ma il Presidente Usa non deve essere stato molto convincente: anche San Suu Kyi ha giudicato “troppo ottimiste” le dichiarazioni fatte da Obama dopo l’incontro a tre. Del resto il Presidente degli States è riuscito a irritare entrambi sollevando, in conferenza stampa, la questione dell’etnia Rohingya,

L’Australia, il G20 e la fuga di Putin. Il contesto del G20 di Brisbane era forse il più problematico: al di là degli obiettivi economici, il principale tema sul piatto era la questione ucraina, su cui si è consumato un netto strappo fra due fronti opposti: da un lato i Paesi dell’anglosfera come Regno Unito, Canada e Australia che hanno chiesto con decisione degli interventi politici e militari nei confronti dei russi, dall’altro i Paesi del Brics, su posizioni più moderate.

L’intesa sulla crescita al 2% è sembrata, alla gran parte degli osservatori internazionali, un accordo di facciata: se i contrasti fra Russia e Usa dovessero aumentare, alimentando quella che è stata già ribattezzata come una”nuova guerra fredda”, il patto sarebbe decisamente accantonato.

Al di là della presunta “fuga” di Putin, motivata dalla stampa americana con la paura del leader del Cremlino di trovarsi contro la gran parte dei partecipanti e dalla stampa russa come problemi legati alla sicurezza, quasi nulla è trapelato sul “mini vertice” tenutosi a margine dei lavori ufficiali del G20 fra i Paesi Brics: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Nell’incontro, gli Usa sono stati ferocemente criticati per non aver ratificato la riforma del Fondo Monetario Internazionale decisa nel 2010, cosa che ha notevolmente ridotto la credibilità di Obama. Così si apre una nuova grave frattura fra i Paesi del G7 e i Brics.

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