SABATO 11 GIUGNO 2016, 000:01, IN TERRIS

IL MEDICO CHE SI INGHIOTTE

FABRIZIO GENTILE
IL MEDICO CHE SI INGHIOTTE
IL MEDICO CHE SI INGHIOTTE
Tutto nasce da una ricerca dell’americano Mit, il Massachusetts Institute of technology, per la precisione da un gruppo di scienziati del Dipartimento di ingegneria elettrica e informatica che, in collaborazione con l’Università britannica di Sheffield e il Tokyo Institute of technology, ha realizzato un mini robot-origami.

L’invenzione ovviamente non ha nulla a che fare con la carta, bensì con la capacità di piegarsi e dispiegarsi. Sta infatti proprio qui la fortuna di questo piccolo ritrovato di tecnologia, ovvero nella possibilità di rendersi minuscolo, ripiegandosi su se stesso, tanto da poter essere inserito in un involucro digeribile ed essere ingoiato. Una volta nello stomaco il materiale biodegradabile si scioglie e il robot si dispiega. Il mini apparecchio, racchiuso in una capsula, come quelle dei farmaci, funzionerà dall’interno del corpo umano. Saranno i succhi gastrici a "liberarlo" e a metterlo in funzione.

Poi però, una volta schiuso, ci vorrà la mano dei tecnici e dei chirurghi per "manovrarlo" E’ stato pensato per la somministrazione dei farmaci, per ricucire lesioni interne o per facilitare l’espulsione di corpi estranei ingeriti per errore. Il suo vero punto di forza sta nell’essere scollegato da fastidiosi e ingombranti fili come quelli che governano le attuali sonde.

L’intento del progetto iniziale è nobile: creare un dispositivo che possa agire dall’interno del corpo umano, sia per medicare una ferita interna o trasportare farmaci, sia per liberare il tratto digestivo in caso ingoiassimo piccoli oggetti metallici che non possono essere digeriti dal nostro stomaco o addirittura arrecargli danno –si pensi, per esempio, a quanto spesso questo accada con i bambini.

I ricercatori stessi hanno effettuato alcune prove con le mini pile, quelle definite “a bottone” che si utilizzano negli orologi o nei telecomandi, e hanno dimostrato la capacità del robot-origami di catturare ed eliminare la pila attraverso il sistema digestivo. Per poter fare questo, ovviamente, il robot è dotato di un piccolo magnete, posto tra le sue pieghe, il quale serve sia per agganciare letteralmente gli oggetti metallici e trasportarli sia per permettere al robot-origami di essere guidato e controllato dall’esterno sfruttando il campo magnetico.

Anche questa notizia, come spesso accade quando arrivano dal mondo della tecnologia, apre a nuovi scenari, anche inquietanti. I ricercatori, non paghi della scoperta, hanno infatti annunciato l’intenzione di lavorare ad una nuova versione del robot in grado di agire in totale autonomia, nello svolgimento di alcuni compiti, senza l’ausilio di una guida esterna. Una volta portato a termine il suo lavoro il robot origami si ‘dissolve’ con molta facilità essendo biodegradabile. Un altro caso in cui il robot lavora da solo, preimpostato – certamente – ma con l’obiettivo di fargli prendere la decisione più corretta in base alla difficoltà che trova; in qualche modo dotato di una capacità di imparare dall’esperienza, di “pensare”.

Due anni fa un supercomputer è diventato il primo elaboratore di Intelligenza Artificiale a superare il Turing Test con successo, ma in modo inquietante: ha fatto credere agli umani che era un ragazzino di 13 anni. Ecco perché Elon Musk (patron di Tesla Motor e Space X) non si stanca di lanciare allarmi sulla deriva pericolosa che può prendere la A.I. e continua a metter soldi nei progetti per tenerla a bada. Musk è così convinto che l’Intelligenza artificiale (A.I.) possa esser potenzialmente pericolosa che ha donato milioni di dollari al Future of Life Institute per sviluppare progetti che correggano le potenziali “devianze” fatali della A.I.

Le implicazioni di provare a portare i robot a pensare (e poi se possibile ad avere sentimenti) sono evidenti tanto quanto la domanda che si porta dietro: fino a quando l’uomo sarà indispensabile per la vita dei robot? Quanto costerà all’umanità la smania di sentirsi “creatori” invece che accontentarsi di essere “inventori”? Domande senza risposta, per ora, ma che non possiamo non porci…
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