VENERDÌ 18 SETTEMBRE 2015, 20:12, IN TERRIS

HO SCELTO DI VIVERE A MODO MIO

AUTORE OSPITE
HO SCELTO DI VIVERE A MODO MIO
HO SCELTO DI VIVERE A MODO MIO
Era il 1990. Laura aveva 5 anni ed era in vacanza con la famiglia alla casa “Madonna delle Vette” di Alba di Canazei. «In quell’occasione – scrive suo papà Francesco ad introduzione del libro da poco edito da Sempre – Laura è stata per la prima volta, ed ultima, chierichetta. Infatti all’inizio della Celebrazione don Oreste Benzi, fondatore della Comunità, ha chiamato tutti i bambini presenti che volessero andare intorno a lui, Celebrante, sull’altare e Laura c’è andata, accompagnata, e si è seduta sul gradino dell’altare per servire… insieme agli altri bambini». Un’esperienza straordinaria per una bambina straordinaria che proprio non ne voleva sapere di vivere la disabilità come un limite, qualcosa di cui vergognarsi.

E allora via in lunghi viaggi per l’Europa con mamma e papà, a fare le corse con i cugini, la scuola, la riabilitazione, grandi sogni sportivi.
«La disabilità è una delle tante cose che ti possono capitare nella vita. Hai due possibilità: o ti chiudi in casa o esci e affronti la vita». Laura ci dà appuntamento alla fermata metro di Porta Furba. «Prendete l’uscita a destra» ci scrive. «Come destra? Ma non sei del Pd?» ironizzo io. «È la grande coalizione» risponde lei su Whatsapp, seguito da una valanga di faccine che piangono dalle risate. Laura è simpatica, ci aspetta per mano di suo marito. «Vedi – dice – noi due insieme facciamo “il”» alludendo alla notevole statura di lui. Cominciamo bene. L’afosa giornata romana ci costringe a rifugiarci in posticino carino con l’aria condizionata. «Poi magari mangiamo insieme, ok?». Cominciamo molto bene.

Ci dici in due parole chi è Laura Coccia?
«Sono Laura, parlamentare da circa due anni, ma prima di essere parlamentare sono una donna, una ragazza disabile, in continua ricerca di confronto con gli altri perché ho scoperto dalla mia vita che dagli altri c’è sempre da imparare».

E gli altri che cosa imparano da te?
«Imparano che “disabile” è solamente un aggettivo che qualifica una persona esattamente come alto o basso o magro o nero o bianco».

Disabile e donna. Che vuol dire?
«Essere disabile e donna non è facile, soprattutto in un mondo che proietta l’immagine della donna come assoluta perfezione e meraviglia. Non rispondere a questi canoni è un problema in più per le donne disabili. Credo che una donna sappia trovare all’interno di se stessa le sue parti migliori per affrontare la vita con carattere e con grinta».

Da dove ti arriva questa convinzione dell’apprendimento reciproco?
«Nel mio percorso di vita ho imparato ad osservare gli altri e a prendere tutto il buono che ci poteva essere. I 5 anni di elementari che ho passato “in un angolo” sono stati una grande opportunità (naturalmente è un’analisi che faccio adesso, da persona adulta). In una società frenetica come la nostra, avere la possibilità di osservare, osservare in silenzio, ti dà una prospettiva completamente diversa. Devi avere il tempo di relazionarti con te stessa. Così ho cominciato ad osservare come gli altri camminavano e si muovevano, e da lì ho provato a farlo “a modo mio”».

E dal camminare alle piste di atletica come ci sei passata?
«Alle medie, quando Gianni – il professore di educazione fisica – mi costrinse a cambiare l’approccio al quale ero stata abituata alle elementari e mi disse: “Adesso tu devi fare quello che fanno gli altri”».

Leggendo il libro che ha scritto tuo padre sembra che tu sia nata sulle piste…
«La passione per correre l’ho sempre avuta. Lo facevo con i miei genitori, o con i miei cugini, era una mia voglia di libertà. Il mio problema è stato che per cinque anni hanno cercato di spiegarmi che ciò che io sognavo – le olimpiadi – non era possibile. Mi hanno anche mandato dallo psicologo. Le maestre erano convinte che i miei genitori mi stessero educando male, che non mi aiutassero ad accettare la mia disabilità».

Oltre che dalla disabilità il percorso sportivo – ho letto – è stato segnato da molti ostacoli e anche delusioni (per esempio l’eliminazione della tua categoria specifica, per la quale ti eri molto allenata). Dove hai trovato l’energia per andare sempre avanti?
«Ci sono delle passioni che sono più forti di qualunque cosa. La corsa è una di queste. Sapevo che stavo facendo una cosa importante, che stavo dando un esempio alle persone che correvano con me. E questo è al di sopra della vittoria del singolo, dei risultati che ottengo. Risultati che comunque ci sono stati: ho vinto una trentina di titoli italiani, ho avuto la possibilità di andare agli europei».

Cos’è che ti abbatte, ti deprime?
«La stupidità e la superficialità. Quando leggo storie di chi non riesce a capire che la disabilità non può essere una colpa da scontare. La società deve aiutare le famiglie a capire che – anche laddove la disabilità fosse un problema – sicuramente non può essere un problema del singolo, ma di tutta la collettività. La scuola in particolare non può avere un atteggiamento respingente».

E la famiglia?
«Per una famiglia la diagnosi è destabilizzante. Io ho avuto la fortuna che i miei genitori – per un amore particolare, per la storia che c’è prima della mia nascita – sono riusciti a stare uniti. Ma non è semplice gestire il senso di colpa, le tensioni che si creano all’interno di una coppia, il prendere coscienza che sarà per tutta la vita».

E come si fa ad attraversare questa fatica?
«Un messaggio che deve arrivare forte è che non esiste la persona incapace. Anche nella disabilità più grave ci sarà sempre la capacità di fare qualcosa. Sarà un movimento, un sorriso, che è una capacità da donare agli altri. Sono talenti da sviluppare. Io ho trovato il mio modo di correre, che non è quello di Bolt, ma è mio, ed io il traguardo lo raggiungo lo stesso, a modo mio».

Sport, scuola, recentemente ti occupi anche di carcere.
«Ho sempre seguito il tema e da quando sono in parlamento sento di dover rappresentare anche quelli che sono in carcere. Anche se non hanno diritto di voto hanno diritto di essere rappresentati. Mi turba molto l’idea dei bambini che sono in carcere e la realtà del sovraffollamento. “Possedere solo il perimetro del materasso” è un concetto pesante, ma non abbastanza pesante come quando lo vedi, e capisci come i detenuti stanno, e perché muoiono, perché si suicidano nei modi peggiori».

Vedere da vicino quindi. E lo scopo?
«Quando avvicini i detenuti, li conosci, capisci che sono persone con sentimenti, una storia. Dietro ogni storia ci sono le persone. Certo, sono persone che hanno sbagliato, ma sta a noi creare le condizioni affinché la recidiva non esista. Vengono da situazioni sociali e familiari disastrose, e il compito nostro è quello di far conoscere che ci sono anche modalità diverse di affrontare la vita, perché se uno non lo sa non le può nemmeno scegliere. Certo, non è facile, nulla è facile, ma se qualcuno fa vedere e suggerisce loro uno stile di vita differente almeno possono scegliere, quindi sono più liberi. Alle nuove generazioni dobbiamo dare la possibilità di cambiare vita».

Il tuo rapporto con la fede?
«Sono cresciuta in una famiglia cattolica. Sono una cattolica praticante e – come diceva Madre Teresa – mi sento uno strumento nelle mani di Dio».

Quali aspetti del Vangelo in particolare ti orientano la vita?
«Due aspetti: il primo è la parabola dei talenti. Ognuno deve mettere a frutto quello che ha ricevuto, non può far finta di non averlo. Abbiamo ricevuto dei doni e li dobbiamo mettere a servizio di tutti. Se tu hai ricevuto un dono così bello, come per me la capacità di superare la disabilità, perché lo devo tenere per me? Non è giusto per le nuove generazioni, non è giusto per i genitori che devono affrontare la disabilità. È un peccato mortale. Poi: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Chiunque, anche se la società lo emargina, ha il dovere di prendere in mano la propria vita e di costruire il proprio futuro».

E Gesù? Quali sono i suoi tratti che più ti affascinano?
«Il silenzio. Lo trovo molto affascinante. Poi la capacità di accettare tutto. Che non è accettare passivamente, ma affrontare la sua vita e il suo destino. “Prendi la tua croce e seguimi”. Me lo sono sempre immaginato alla testa di una grande folla di persone. Poi la sua capacità di stare con tutti, ricchi e poveri, uomini e donne. Con tutti, anche con gli ultimi. E morire da solo, vivendo il suo rapporto con la preghiera e con quel Dio Padre che lo stava chiamando».

Pubblicato dalla rivista Sempre, settembre 2015

 

 
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