MARTEDÌ 26 MAGGIO 2015, 000:05, IN TERRIS

FUGA DALL'EUROPA

FRANCESCO VOLPI
FUGA DALL'EUROPA
FUGA DALL'EUROPA
Dopo Atene e Londra, che da tempo avevano annunciato possibili piani di uscita dall'Ue, il fronte euroscettico contagia anche Madrid e Varsavia. Un quadro preoccupante per Bruxelles che, di fatto, si trova quattro bombe a orologeria, pronte a esplodere da un momento all'altro. A un anno di distanza dalle elezioni parlamentari la minaccia populista non si è sgonfiata ma, anzi, accresce il proprio consenso. Tanto da spingere leader di lungo corso come David Cameron a correre ai ripari per non perdere voti promuovendo un referendum sulla Brexit, cioè sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Il che sarebbe uno schiaffo pesantissimo all'idea stessa di Europa, ancor prima di parlare di moneta unica.

E' questo dato, in effetti, a mettere più in allarme la burocrazia europea: se i rappresentanti degli schieramenti tradizionali si trovano costretti a cavalcare il nazionalismo strisciante per evitare emorragie di preferenze vuol dire che l'Europa è davvero entrata in crisi. E' presto per fare previsioni apocalittiche ma di sicuro c'è da riflettere su cosa, in questi lunghi anni di crisi, non ha funzionato. A partire dalla politiche di austerithy imposte dalla locomotiva tedesca ai propri partner meno affidabili. Al cittadino qualunque non interessano conti e debito pubblico ma il benessere suo e della propria famiglia. La logica dello "zero virgola" inseguita dai burocrati ha finito dunque col ripercuotersi contro l'Europa stessa che ora cerca di ritrovare la fiducia perduta.

La prima avvisaglia, in tal senso, è stata la netta affermazione dell'Ukip di Nigel Farage alle ultime Europee. A lungo sottovalutato per il suo eccessivo populismo il leader nazionalista scozzese lo scorso maggio ha ottenuto oltre il 27% dei consensi. Un risultato che ha messo in crisi la tradizionale alternanza britannica tra laburisti e conservatori, costretti a rivedere i propri piani. L'exploit non si è ripetuto alle ultime politiche nei quali l'Ukip è stato il grande sconfitto. A giovarne è stato David Cameron che, con la promessa di una consultazione per la Brexit, ha risucchiato l'elettorato euroscettico. Nello stesso tempo, tuttavia, sono emerse forze come il National Scottish Party, uscito a pezzi dal referendum per l'indipendenza scozzese ma rinvigorito dalle elezioni di maggio, a danno dei laburisti.

Al di là delle Alpi è invece sempre forte la leadership di Marine Le Pen, tra le candidate più quotate per la successione di Francois Hollande all'Eliseo nel 2017. Gli ultimi sondaggi attestano il suo Front National quale primo partito di Francia, con oltre il 30% dei consensi. A più riprese Marine, che ha da poco fatto fuori il padre dal partito, si è dichiarata contraria all'Euro diventando punto di riferimento per la vasta platea di schieramenti eurocritici delle diverse destre nazionaliste continentali (in Italia è corteggiata da Lega e Fratelli d'Italia).

A preoccupare oggi è, però, l'affermazione di Podemos in Spagna. I ripetuti tagli alla spesa pubblica condotti in questi anni dal premier popolare Mariano Rajoy hanno spinto i cittadini iberici a cercare una strada alternativa a quella del Psoe trovandola nel partito di Pablo Iglesias. Nel voto di domenica, gli ex indignati sono risultati prima forza a Barcellona e hanno messo una pesante ipoteca anche su Madrid, dove l'ex magistrato Manuela Carmena, a capo di una lista sponsorizzata dal partito di Iglesias, potrebbe diventare sindaco con l'appoggio dei socialisti del Psoe. Madrileno, ex docente di Scienze politiche, Iglesias ha partecipato come attivista No global alle manifestazioni in occasione del G8 di Genova. Il professore col codino - come viene chiamato dai media - si è presentato come un'icona anti-casta, battendo molto sul tasto della lotta alla corruzione e al capitalismo globalizzato. Appena eletto ha chiesto al governo di fermare le politiche di austerità. Si trattava, bisogna dirlo, di elezioni amministrative e, dunque, prive di per sé di un rilievo nazionale. Ma sono il primo campanello d'allarme per i partiti iberici tradizionali. Se Podemos dovesse confermarsi alla prossime parlamentari l'orizzonte di una Spagna fuori dall'Euro potrebbe iniziare a profilarsi.

Altro caso di questi giorni è quello della Polonia, dove il leader della destra populista ed eurocritica Andrzei Duda è diventato il nuovo presidente della Repubbica, dopo aver sconfitto al referendum il capo dello Stato uscente, Bronislaw Komorowsk. Segnali inquietanti. Matteo Renzi, commentando la giornata elettorale, ha detto: "Il vento della Grecia, il vento della Spagna, il vento della Polonia non soffiano nella stessa direzione, soffiano in direzione opposta, ma tutti questi venti dicono che l'Europa deve cambiare e io spero che l'Italia potrà portare forte la voce per il cambiamento dell'Europa nelle prossime settimane e nei prossimi mesi". Prima che sia troppo tardi.
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