MARTEDÌ 14 LUGLIO 2015, 005:30, IN TERRIS

"FOR-ME", UN CORSO PER I MEDIATORI CULTURALI PER CURARE LE FERITE FISICHE E MENTALI DEI MIGRANTI

Traducono ai medici i sintomi dei pazienti stranieri e poi spiegano ai malati cosa fare per curarsi

REDAZIONE
"FOR-ME", UN CORSO PER I MEDIATORI CULTURALI PER CURARE LE FERITE FISICHE E MENTALI DEI MIGRANTI
Da qualche mese Moez, tunisino, ha cominciato a lavorare nel centro di accoglienza di Lampedusa assistendo i medici e gli operatori che visitano i migranti presenti nella struttura. Il suo compito è quello di aiutarli a tradurre i sintomi che accusano. Chi arriva al centro di accoglienza porta sulla pelle le ferite del lungo viaggio in mare: ustioni, dermatiti, malattie cutanee, ma anche patologie post traumatiche da stress. Moez parla con loro e fa da tramite con i medici, spiegando poi ai malati cosa fare per curarsi. Moez è uno dei primi  mediatori culturali in ambito sanitario, formati attraverso il progetto "ForMe", un’iniziativa realizzata dall’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della povertà), in collaborazione con il Ministero della Salute, su proposta del ministero dell’Interno.

In tutto sono stati ventuno i beneficiari dei corsi, svolti nei mesi scorsi. In duecento ore di formazione gli stranieri hanno imparato i principi del diritto alla salute e fatto esperienza sul campo affiancando il personale dell'Inmp che opera presso l'ospedale San Gallicano di Roma. Sottolinea Concetta Mirisola, medico e direttore generale dell'Inmp “Questo progetto nasce all'interno dell’esperienza dell’Istituto, che ha al suo interno diverse figure professionali, dai medici agli antropologi fino ai mediatori culturali, che parlano oltre 30 lingue. Il nostro è un approccio che guarda alla presa in carico del paziente a 360 gradi: a chi arriva da noi viene fatto un colloquio in lingua, da persone che in alcuni casi sono esse stesse straniere e conoscono dunque gli usi e costumi della nazione di provenienza dei pazienti. Abbiamo pensato dunque a questo corso di formazione perché la figura del mediatore culturale in ambito sanitario manca, è invece fondamentale e ci auguriamo che a breve venga riconosciuta e normata”.

Il gap di comprensione che esiste negli ospedali tra stranieri e personale medico è, talvolta, molto elevato: non tutti i migranti parlano la lingua inglese, ancor meno quella italiana. Alcuni di loro conoscono solo la loro lingua d'origine; la necessità di avere un mediatore è quindi fondamentale.  “La figura professionale che esce dai nostri corsi è una figura di snodo per l’assistenza all'interno del Servizio sanitario nazionale -afferma la dott.ssa Mirisola- Le malattie legate alle migrazioni sono tante e diverse. Le persone che si mettono in viaggio di solito sono sane ma poi lungo il percorso possono contrarre delle malattie, come la scabbia, che è una patologia legata alle situazioni di promiscuità e mancanza di igiene. Tuttavia è una malattia che si cura facilmente e su cui c’è un infondato allarmismo, l’importante è seguire la giusta profilassi. Per questo è fondamentale che ci sia qualcuno in grado di istruire per bene i pazienti. Oltre alle malattie cutanee, ci sono poi ferite più profonde: molti migranti nel viaggio hanno subito violenza, alcuni sono stati detenuti nelle carceri libiche, le donne violentate. Quando arrivano hanno diversi disturbi post traumatici da stress, e anche qui la figura del mediatore sanitario si rivela centrale, anche per avere un racconto fedele della diverse storie personali”.

Fino a quando questa figura professionale non verrà riconosciuta ufficialmente, i mediatori culturali in ambito sanitario non potranno mai operare all'interno delle Asl, ma questo è l'obiettivo che vuole raggiungere Mirisola. Per il momento, alcuni dei ragazzi già formati, tra cui molti richiedenti asilo, lavoreranno all'interno dell’Istituto per la promozione della salute della popolazione migrante sia a Roma, che a Lampedusa. Moez, nel centro di accoglienza di Lampedusa, opera insieme ad un team multidisciplinare: un antropologo, uno psicologo e due mediatori culturali. Ora si attende che il lavoro congiunto tra Ministero della Salute e Ministero dell'Interno dia i suoi frutti affinché questa figura venga normata e possa finalmente operare anche in ambito ospedaliero.
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