ESPLODE LA MANIA DEL COMMERCIO EQUO-SOLIDALE

ULTIMO AGGIORNAMENTO 4:00

Secondo l’ultimo rapporto di Fairtrade International l’impatto del commercio equo-solidale diventa sempre più positivo anno dopo anno. Nel 2014 le vendite dei prodotti certificati sono salite del 10%, facendo registrare nei paesi di origine guadagni superiori del 14% rispetto al 2013, circa 105 milioni di euro in più. I rapporti di società indipendenti hanno confermato che la maggior parte degli indigeni, circa il  93%, sono soddisfatti dai servizi e dal supporto di Fairtrade.

Un recente studio dell’università di Bonn in oltre, mostra come i consumatori sarebbero disposti a pagare fino al 30% in più se il prodotto è marchiato come “equo-solidale”, segno che c’è molta più consapevolezza rispetto agli scorsi anni verso le condizioni dei lavoratori nei paesi più poveri.

Solo nel 2014 le vendite di prodotti Fairtrade sono cresciute di più del 40% in paesi come il Canada e Hong Kong, mentre in Svezia hanno registrato un aumento del 37%. Creato inizialmente per i prodotti agricoli, il marchio “equo-solidale” negli ultimi anni è stato applicato da Fairtrade anche a materie prime e prodotti di artigianato. In particolare quest’anno, grazie al supporto di 9 miniere e 230 orafi, le vendite di oro certificato sono aumentate del 250%.

Le disparità geografiche sono state riconosciute come il più grande ostacolo da affrontare per una sicurezza e prosperità globale. Fairtrade lavora per distribuire i benefici del commercio in maniera più equa. Un prodotto certificato equo-solidale garantisce che i produttori dei paesi di origine non vengono sfruttati e che i guadagni delle vendite raggiungano ogni membro della filiera, dai raccoglitori agli esportatori.

A distanza di 25 anni dai suoi timidi inizi, Fairtrade monitora più di un milione e mezzo di lavoratori in 74 paesi. Non abbastanza secondo il report, che mira anche a coinvolgere nei suoi progetti realtà governative e sindacati, allo scopo di promuovere l’informazione e combattere lo sfruttamento da parte dei grandi gruppi multinazionali, e non solo, di quelle aree geografiche dove regna la povertà.

 

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