LUNEDÌ 31 OTTOBRE 2016, 000:01, IN TERRIS

CHI ERA DON ORESTE BENZI

STEFANO CICCHINI
CHI ERA DON ORESTE BENZI
CHI ERA DON ORESTE BENZI
Un infaticabile apostolo della carità. Un “folle di Dio” come San Francesco. Così è stato descritto don Oreste Benzi, il sacerdote riminese che ha combattuto tante battaglie a favore dei poveri di questa terra. La sua fama di santità era ben nota già prima che salisse nella casa del Padre. Tante persone testimoniano l’umanità e la spiritualità che lo animavano e la sua incessante ricerca della volontà di Dio. A nove anni dalla morte, avvenuta nella notte tra il primo e il 2 novembre, la fase diocesana della Causa di beatificazione sta andando avanti e sono in tanti a sperare che si concluda al più presto.

Don Oreste nasce il 7 settembre 1925 a Sant’Andrea in Casale, una frazione del Comune di San Clemente, paesino dell’entroterra romagnolo, a pochi chilometri da Rimini e dal mare. Settimo di nove figli di un’umile famiglia di operai, si distingue per la sua grande generosità e lo spirito di sacrificio aiutando i genitori in casa e nella coltivazione del campo. Da bambino, durante la scuola elementare, rimane affascinato dalla presentazione in classe della maestra che parla di tre rilevanti figure umane: lo scienziato, l’esploratore e il sacerdote. Nel tornare a casa dice alla mamma di aver scelto la propria strada: “Ma’, me am faz pret! (Mamma, voglio farmi prete!)”. Da quel giorno non cambierà più idea e all’età di undici anni entra in seminario.

Diventa a ventiquattro anni il sacerdote che si strapazza per le anime, amando senza misura, donandosi completamente agli altri. È anche padre spirituale dei seminaristi, cappellano dei marinai, promotore di tanti campi scuola fino a intraprendere quella che sarà una vera e propria rivoluzione: la fondazione della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Negli anni Sessanta comincia a organizzare campeggi estivi per giovani disabili, un segno di contraddizione e uno scandalo per quei tempi. Ai ragazzi propone un modo nuovo di vivere la fede e di stare insieme che chiama “incontro simpatico con Cristo”. Quando ancora non può immaginare il disegno di Dio, attorno a lui si forma un nucleo di persone che iniziano a compiere azioni forti a favore degli ultimi con lo slogan “dove siamo noi, lì anche loro; non noi per loro, ma noi con loro”.

Nascono le prime case famiglia nell’intuizione di vivere con i poveri accogliendoli nelle proprie case, dando una famiglia a chi l’ha perduta: bambini abbandonati, adolescenti in difficoltà, disabili, emarginati, esclusi. Persone di ogni età, cultura, nazionalità e credo religioso in comunità di pronta accoglienza, terapeutiche e cooperative sociali formano un nuovo popolo chiamato ad annunciare quella che lui definisce “la società del gratuito”: una Chiesa, una famiglia, una società che sente il senso di appartenenza e per questo sceglie di mettere la propria vita con quella degli ultimi, con coloro che non hanno voce e quasi chiedono scusa di esistere.

Don Oreste percorre le strade degli oppressi, di notte va a liberare le ragazze sfruttate dalla prostituzione, interviene perché i minori vengano accolti in famiglia e non negli istituti, si spende per difendere i deboli in ogni situazione, dai bambini in stato prenatale ai perseguitati dalle sette. Proprio in questo periodo – durante la ricorrenza di Tutti i Santi e la commemorazione dei defunti – andava a pregare nei cimiteri sulle tombe dei bambini vittime dell’aborto che lui definiva martiri innocenti dell’indifferenza e della crudeltà degli uomini.

Ha lasciato un’enorme eredità: una Comunità – attualmente presente in 38 Paesi – che si adopera sotto due aspetti che la rendono unica nell’immenso patrimonio di esperienze nate nella Chiesa Cattolica. Il primo è il carattere di condivisione diretta con la vita dei poveri: si vive insieme a loro e non si fornisce solo assistenza. Il secondo è l’impegno nella rimozione delle cause che creano l’emarginazione, per realizzare una società in cui regni la giustizia di Dio.

La lettura radicale del Vangelo di don Oreste e la sua opera costituiscono una forte e salutare provocazione per ogni cristiano. E chi ha paura di compiere quell’importante passo di carità in più nei confronti del prossimo può trarre coraggio da una frase apparentemente paradossale che don Oreste era solito ripetere: “Le cose belle prima si fanno e poi si pensano”. Un’esortazione per imparare a sviluppare, senza troppi calcoli umani e ragionamenti razionali, l’intelligenza d’amore, forza capace di muovere le montagne.
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