VENERDÌ 07 AGOSTO 2015, 000:05, IN TERRIS

ALL'INFERNO PER UN PANINO

CLAUDIA GENNARI
ALL'INFERNO PER UN PANINO
ALL'INFERNO PER UN PANINO
Un muro di persone, strette, stipate, che camminano in cerchio ciondolando, perché è l’unico movimento che possono compiere. Non è un incubo, tantomeno il contrappasso di un girone dantesco. Questo è un luogo reale in cui centinaia di uomini sono obbligati a vivere: si tratta delle carceri del Camerun. Scabbia, pene aggiuntive, fame, sete e detenzioni di anni per reati minimi. Ci si arriva in genere per piccoli furti come quello di una mela, di una barra di sapone o di due galline. È la quotidianità.

Il cortile per l’ora d’aria è di 20 metri per 15 nel carcere di Bafoussam, ed è condiviso da circa 350 persone tra bambini, adulti e anziani, senza distinzione. Ma questa non è un’eccezione, si stima infatti che nelle prigioni di questo Paese ci sia un sovraffollamento del 394%. Se già questo fa rabbrividire, i racconti della vita in questo posto lasciano senza fiato. All’interno delle strutture, infatti, non ci sono militari, questo spazio è un mondo a parte, con regole e capi che le fanno rispettare secondo una gerarchia ben precisa, dettata dall’unica legge che conoscono: quella del più forte. In ogni cella di 7 metri quadri, sono ospitati circa 50 detenuti, e c’è un capo, un vice e un vero e proprio sindaco che detta le regole, come ad esempio il costo di ogni posto letto. I pochi fortunati che possono permettersi di pagare occupano gli unici veri letti, mentre gli altri dormono sul pavimento.

Anche il cibo ha un costo, e non viene fornito dalla struttura carceraria se non un piatto di polenta di mais una volta al giorno, lasciando alla famiglia il compito di integrare il pasto: quando è lontana o troppo povera, il prigioniero rischia di morire di fame. Dato che questo avviene nella maggior parte dei casi, il detenuto per riuscire a sopravvivere ha solo due possibilità: la prima è quella di sottomettersi al volere del capo, diventando un suo “schiavo”, la seconda è quella di vendere l’unica cosa di cui sono in possesso, ovvero il loro corpo. Ovviamente per questa pratica sono più ambiti i ragazzini tra i 12 ai 16 anni, che vivono insieme agli altri detenuti. Proprio per questo molti sono entrati sani e sono usciti non sono traumatizzati, ma contagiati dalla piaga che affligge l’Africa, ovvero l’Hiv.

Emblematico è il caso di Foumbassau, un ragazzo di 15 anni fortemente ritardato a causa di una meningite celebrale avuta a 3 anni, che era stato utilizzato da una banda di rapinatori proprio perché incapace di opporsi e di corporatura piccola, per introdursi all’interno di una casa passando per una piccola fessura. Ovviamente all’arrivo della polizia è stato l’unico arrestato e ha trascorso più di due anni in carcere, mentre alcuni volontari dell’associazione Giovanni XXIII cercavano di far capire ai giudici che il suo ritardo mentale lo rendeva di fatto innocente.

Un altro caso è quello di Christelle, 36 anni, che era stata arrestata insieme ad altre cinque donne, con l’accusa di aver rubato un sacco di riso. A un anno di distanza, nessuno aveva verificato l’accusa o cercato testimoni, e il processo non era mai stato convocato. In questo caso è intervenuta la comunità di Sant’Egidio, che ha preso contatti con l’accusatore, ha stabilito un indennizzo di 20 euro, ottenendo la scarcerazione. Uno schiaffo alla dignità umana, in un mondo in cui l’occidente discute sul modo migliore di debellare la povertà assoluta.

La maggior parte delle persone all’interno del carcere, dunque, è lì per piccoli furti legati alla sopravvivenza, reati che in teoria prevedono pene molto lievi. Il problema è che l’attesa dei processi è tra i 3 e i 5 anni, quindi anche se rubi solo una un sacco di farina perché hai fame, passerai comunque tre anni recluso in questo inferno.
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