A New Delhi non c’è nessun caso-Marò

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Hari Iyengar è un manager di origine indiana, ha 48 anni, vive tra Londra, l’India e l’Italia. Opera con gruppi di investitori istituzionali e privati nel settore del Private Equity. Laureato presso la London School of Economics con Master a Oxford, ha conseguito la qualifica di Chartered Accountant a Londra. Il suo è un punto di vista privilegiato, conoscendo bene sia la cultura indiana, sia quella italiana nonché i rapporti di forza economici a livello internazionale; utile per capire come viene percepita dall’altra parte del mondo la questione dei nostri fucilieri.

Dott. Hari Iyenger, ci può esprimere un suo pensiero sulla vicenda dei due Marò italiani?
“In India si è fortemente inclini ad assicurarsi che ciascun cittadino sia trattato in modo attento, equo e imparziale. In un Paese di oltre un miliardo di persone, moltissime delle quali vengono considerate ‘vulnerabili’, il governo sente il dovere di accertarsi che all’uomo comune, anche al più povero, siano garantite protezione e giustizia ad ogni livello. Ciò potrebbe spiegare la reazione iniziale. Un incidente che va ora interpretato come parte di un processo destinato poi a normalizzarsi, ma che in un primo momento ha senz’altro dato adito a un’ambigua lettura”.

Pensa che abbiano influito sull’intera vicenda la posizione del Premier Singh prossimo alle elezioni e le origini italiane di Sonia Ghandi?
“Credo che questo non sia mai stato un tema centrale a livello elettorale nazionale, anche se ha giocato sicuramente un ruolo di un certo rilievo nelle elezioni locali in Kerala. Questa regione ha una popolazione molto giovane, più del 70% dei lavoratori ha meno di 35 anni, e si respira un’aria di grandi speranze per un futuro più roseo sia dal punto di vista sociale che economico”.

Ritiene che le vicende di presunte tangenti ancora non del tutto chiarite che hanno coinvolto Finmeccanica e personaggi di spicco indiani possano avere influito negativamente su una rapida soluzione del problema del rilascio dei due Marò?
“Non mi lascerei andare a troppe congetture sui legami tra l’operazione Finmeccanica e il problema dei Marò. Finmeccanica è presente sul mercato indiano da molti anni, là dove i rapporti e le varie istanze toccano sia la politica che il mondo degli affari. Si tratta di una realtà multidimensionale delineatasi e consolidatasi nel corso di molti anni. Quella dei Marò è invece una questione giuridica e come tale la tratterei”.

Crede che l’India quando ha rimandato in Italia i due soldati a Natale 2012 e per espletare il loro dovere elettorale a febbraio 2013, abbia sperato che l’Italia non li rimandasse indietro togliendo il Governo indiano da un imbarazzo forse provocato proprio da una scarsa trasparenza del Governo del Kerala?
“A questo punto non cercherei di indovinare quale fosse il pensiero dell’India. Credo che il governo indiano abbia dimostrato una certa sensibilità nei confronti dei due fucilieri, lasciandoli tornare in patria per brevi periodi. Questo trattamento non costituisce certo la prassi in India per i suoi stessi cittadini. Come ha detto Modi: ‘Gli indiani in attesa di giudizio non hanno nemmeno il permesso di andare al funerale della propria madre’. Tornando al fulcro della domanda, ovviamente per gli indiani la situazione era chiara e limpida. Trovo invece strano che, all’epoca, il governo italiano non si sia mostrato più risoluto nel prendere una posizione più ferma dal punto di vista legale, approfittando anche del maggiore impatto e della visibilità di cui il caso godeva in quei giorni”.

Pensa che se intervenisse o fosse intervenuto direttamente il Presidente della Repubblica ritiene la vicenda sarebbe già stata chiusa?
“Se il Presidente Napolitano, verso la fine del suo mandato, facesse uno sforzo molto speciale, magari una visita a Delhi su questo preciso argomento, l’India terrebbe il gesto in grande considerazione. Napolitano è una figura senior, molto rispettata, super partes, una personalità che nella cultura indiana verrebbe accolta con molto riguardo. In questo modo penso che i due paesi potrebbero cominciare a cooperare in modo più proficuo per tutti. Eventuali interferenze esterne, come ad esempio l’intervento del ‘Security Council’, potrebbero far alzare la temperatura mentre un approccio più delicato e discreto creerebbe i presupposti per una risoluzione”.

 

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