La Siria che rinasce: progetto per ricostruire la Moschea di Aleppo Distrutta dall'Isis nel 2013, per tornare com'era prima ha bisogno di quattro anni di lavoro

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Moschea Aleppo

“Io sono nato a pochi metri da lì. Ero bambino e sentivo sempre il muezzin. Andavo a scuola e mi fermavo a bere l’acqua della moschea. Certi pomeriggi caldi, mi riposavo all’ombra di quel muro”. A parlare al Corriere della Sera è il dottor Radwan Khawatmi, originario di Aleppo che vive da quasi cinquant’anni in Italia.

Il contributo di Shah Karim al-Husaini

Si deve anche a lui la prossima ricostruzione della Mosche adi Aleppo, distrutta dall’Isis nel 2013. “Il giorno della distruzione ho chiamato Sua Altezza e ho detto: dobbiamo fare qualcosa…”. Sua Altezza – come spiega il Corriere della Sera – è Shah Karim al-Husaini, l’Aga Khan IV, discendente del Profeta e capo spirituale di 27 milioni di sciiti ismailiti sparsi nel mondo, “inventore della Costa Smeralda e filantropo che ha portato le scuole nelle sperdute valli afgane: sarà lui a ricostruire Aleppo”, spiega il quotidiano di via Solferino.

Il piano

Il progetto è di ricostruire la torre tirata su dopo l’anno Mille, e abbattuta in pochi minuti, per poi passare all’antica moschea degli Omayyadi, patrimonio dell’Unesco dal 2000, al bazar, alla Cittadella. “La precedenza l’avrà il minareto. Perché è simbolico, in una città di quattro milioni d’abitanti. È la cupola di San Pietro per Roma. È il campanile di San Marco a Venezia: da rifare dov’era, com’era”.

Quattro anni di lavoro

“In gennaio — dice Khawatmi —, al nostro primo sopralluogo, mi ha pianto il cuore. I progettisti ci hanno detto che solo per il minareto ci vorranno quattro anni di lavoro: noi abbiamo insistito per farlo in due, costi quel che costi”. Il progetto è finanziato dall’Aga Khan Trust for Culture (Aktc) di Toronto, in Canada, “ma in questo scenario è tutto più difficile: tre missioni segrete sotto le bombe, nove persone e la paura d’essere sequestrati, abbiamo messo d’accordo governo siriano e opposizioni, autorità religiose e civili. La nostra forza è non schierarci per nessuno“.

Finora sono state recuperate circa la metà delle pietre originali, poi si ricorrerà alla cava che servì a un restauro di tre secoli fa. Previsti inventario dei danni, rilievi coi droni, fotogrammetrie 3D, disegni in scala e mappature. Gli ebanisti sono stati ingaggiati in India e Pakistan, tre ingegneri (uno italiano) al lavoro con trenta colleghi siriani per organizzare il cantiere.

Far tornare a vivere Aleppo

Si vorrebbe partire a fine anno, si cerca anche l’appoggio del ministro della Cultura italiano, Dario Franceschini. Intanto l’Aga Khan ha inviato in Siria il suo direttore generale, Luis Monreal, a garantire che “noi operiamo ovunque per conservare l’eredità culturale e stimolare lo sviluppo economico. Vogliamo solo che la vita torni a pulsare ad Aleppo“.

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