Non si può twittare l’atomica

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Piercarlo Valtorta

Moltiplicare le armi nucleari è sempre un pericolo; se poi avviene per opera di un governo isolato e oligarchico allora può essere un pericolo importante. E tali pericoli non si misurano e non si superano con pensieri di 140 caratteri.

In questi giorni ognuno di noi ha avuto modo di assistere a un confronto tanto minaccioso quanto improduttivo. Da un lato un governo che comunica a colpi di test nucleari e balistici, e dall’altro un Presidente che si esprime via twitter. Difficile aspettarsi che i due linguaggi si comprendano.

Di fronte a tale situazione cosa può fare la comunità internazionale?

Al di là  delle riflessioni tecniche sul numero delle testate atomiche disponibili, sulla capacità balistica dei missili, sui piani di reazione militare, ecc.  – tutti dati importanti ma a oggi non risolutivi –  può essere utile riposizionare la situazione nella sua essenza primordiale: un dialogo in lingue diverse volutamente fatto alla presenza di ascoltatori necessariamente interessati.

Proviamo a considerare alcuni fattori.

1- L’area geografica

La Corea del Nord sa benissimo di essere più vicina a Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone che agli USA. Un suo eventuale lancio atomico – preventivo o di risposta- sarebbe ben più pericoloso per queste aree che per il territorio americano. Pertanto ha degli alleati naturali  – anche se involontari – nel dissuadere gli USA dall’opzione militare.

2- Il fattore umano

Un eventuale conflitto con aspetti nucleari comporterebbe l’immediata migrazione di milioni di persone. Dalla Corea del Nord verso Cina e Russia, dalla Corea del Sud verso il Giappone. Nessuna di queste economie desidera uno scenario simile.

3- Il quadro politico

L’attuale corsa della Corea del Nord al nucleare militare da un lato rafforza la dinastia Kim al suo interno, dall’altro favorisce le posizioni di alcuni governi favorevoli a maggiori stanziamenti militari: come il Giappone di S. Abe, l’America di Trump e, indirettamente, il governo Sud Coreano.

4-Il fattore geostrategico

Cina e Russia hanno fatto ampiamente capire che in caso di necessità, non si schiererebbero contro la Corea del Nord e in nessun modo consentirebbero un aumento della presenza strategica degli USA nell’area. Inoltre, con la presentazione del piano congiunto russo-cinese, hanno dichiarato la volontà di partecipare da protagonisti al dialogo.

5- La comunità internazionale

Unione Europea, USA e buona parte del resto del mondo sono concordi nel porre un argine alla crescita del potenziale militare della Corea del Nord, pertanto attueranno un cordone sanitario tecnologico sempre più stretto.

Quali, dunque, possono essere in tale contesto il primo passo possibile e l’obiettivo di medio periodo?

Il primo passo possibile.

La Corea del Nord e gli USA non dialogano ufficialmente da decenni e informalmente dai colloqui guidati da M.Albright (1994). Una forma di riconoscimento da parte degli USA, anche nella limitata forma di colloqui tematici potrebbe depotenziare il bisogno coreano di alzare il livello delle provocazioni e imporre al contempo la necessità di una lingua comune di dialogo.

L’obiettivo di medio periodo.

I fatti hanno dimostrato che una nazione completamente isolata come la Corea del Nord è portata a percorre strade pericolose per sé e per gli altri. Può essere allora più utile il suo reinserimento coordinato e reale in un’area strategica di nazioni, che consenta meccanismi di equilibrio già al suo interno; quale può essere quella cinese o russa. Una squadra, anche se avversaria, ha il vantaggio di definire e controllare il ruolo dei suoi membri in funzione della loro capacità e affidabilità.

Volendo abbozzare una provvisoria conclusione allo stato delle cose odierne, la speranza è quella di vedere premiato ancora una volta il primato del dialogo; il desiderio quello di assistere a un dialogo concreto, anche duro ma soprattutto veritiero. E su questo aspetto l’Unione Europea può giocare il suo ruolo: ricordare la verità delle cose, in particolare di quelle che riguardano gli uomini e i loro diritti fondamentali.

In fondo, è la verità che ci farà liberi.

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