Chiesa, famiglia e sfida educativa

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“Non lasciamoli soli! Accompagnare i genitori nell’educazione dei figli adolescenti“. Come le altre volte, un discorso appassionato, diretto, concreto, che tocca le situazioni della vita vissuta dalle famiglie, fino a spingersi a ricordare “che uno zio mi ha insegnato da bambino a dire le prime parolacce…” Anche quest’anno il Papa ha aperto il convegno annuale della nostra diocesi nella basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, offrendoci delle chiavi di lettura.

I temi oggetto di riflessione sono diversi: “La casa e la vita in famiglia”, La scuola e lo studio”, “Interagire con la solitudine dei social network”, “La relazione tra le generazioni”, “La precarietà della vita: povertà, sofferenza, morte”, “Superare l’isolamento delle famiglie”. L’obiettivo è di non allontanarsi dalla concretezza della vita e della realtà pastorale e di arrivare alla formulazione di proposte. Chiaro che i protagonisti sono i più giovani, gli adolescenti, quelli che noi chiamiamo “ragazzi”. Al centro della riflessione questioni come la collaborazione tra parrocchie, famiglie e scuole, le esperienze di dialogo con le scuole, il ruolo degli istituti cattolici, l’utilizzo dei social network e gli aspetti educativi a esso connessi, l’uso dei mezzi di informazione e comunicazione diocesani, le relazioni con gli anziani e in particolare con i nonni, tema caro al Papa, il rapporto con la povertà e l’educazione alla sobrietà, l’attenzione agli ammalati, la necessità di reti familiari… Ancora una volta si riapre per tutti la “sfida educativa“, chiave di volta di ogni serio programma pastorale.

Quante volte mi è capitato di sentire (anche quando ero parroco) le lamentele di chi avrebbe voluto incontrare solo ragazzi e giovani già formati, pienamente inseriti in una vita di fede. La più classica delle espressioni è quella di chi mi diceva: «Non sanno fare nemmeno il segno della croce». Si sa: gli animali accudiscono i propri cuccioli, gli umani li educano. A trasformare un gesto di accudimento in una pratica educativa è il decidere di farlo ponendo gesti continui di “cura” che fanno vivere in maniera piena e consapevole. Chi educa i propri figli, lo fa (di solito)… facendo altro: mentre si gioca, si fanno i compiti, si sta a tavola, si fa una passeggiata insieme. I genitori non dicono mai “vieni, che adesso ti educo”; ma lo fanno mentre vivono insieme ai figli la quotidianità perché loro compito è “educare a vivere” (V. Andreoli). Ma, “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, come recita un proverbio africano ricordandoci che educare è una pratica complessa e che, proprio per questo, porta frutti solo in presenza di alleanze feconde.

*Vescovo ausiliare di Roma Sud

 

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