Brasile: Temer firma la riforma del lavoro criticata da opposizioni e sindacati Il provvedimento pone fine alla contribuzione sindacale obbligatoria. Condanna Lula, l'ex presidente si difende: "E' golpe"

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Passa in Brasile la controversa riforma del lavoro fortemente voluta dal governo e approvata due giorni fa anche dal Senato. Come previsto, il presidente della Repubblica, Michel Temer, ha convalidato il progetto di legge duramente criticato da opposizioni e sindacati. Il nuovo testo che tra le altre cose prevede la fine della contribuzione sindacale obbligatoria e la possibilità data agli accordi tra dipendente e datore di lavoro di prevalere su quanto previsto dalla legislazione nazionale. Il provvedimento entrerà in vigore 120 giorni dopo la sua pubblicazione sulla gazzetta ufficiale.

La Commissione di costituzione e giustizia della Camera brasiliana ha, intanto, approvato per 41 voti a 24 un parere presentato dal deputato federale Paulo Abi-ackel in cui si chiede l’archiviazione della denuncia per corruzione passiva formulata il mese scorso dalla procura generale contro il presidente della Repubblica Temer. A questo punto toccherà alla Camera in sessione plenaria decidere se dare continuità presso la Corte suprema al processo contro il capo di Stato.

Nel Paese sudamericano, però, a tenere banco è la polemica sulla condanna a 9 anni e 6 mesi per corruzione pronunciata nei confronti di Luiz Inacio Lula. “Se pensano di avermi messo fuori gioco si sbagliano di grosso“, ha detto l’ex presidente rivolto a una platea di militanti che ha anche annunciato prossime iniziative di piazza in suo sostegno. Per Lula la sentenza contro di lui pronunciata dal giudice Sergio Moro, responsabile per l’inchiesta Lava Jato (Mani Pulite brasiliana), si inserisce nel contesto del “golpe“, avviato con l’attacco contro Dilma Rousseff, l’ex presidente destituita lo scorso agosto in seguito a impeachment. “Ma il golpe – è la sua tesi – non sarebbe stato completo senza che si impedisse anche la mia candidatura“. L’ex capo di Stato di sinistra, considerato ancora oggi il politico più carismatico e popolare del Brasile, ha ribadito di sentirsi vittima di un’ingiustizia e di un processo di natura soprattutto “politica”. “Sarei più felice se fossi stato condannato sulla base di prove”, ha sottolineato.

“Voglio fare un appello: se qualcuno ha anche una sola prova contro di me per favore la tiri fuori”, ha continuato Lula, per il quale i suoi avversari “stanno gettando nella spazzatura lo stato di diritto democratico”. La sua condanna – ha insistito l’ex presidente – sarebbe stata piuttosto l’epilogo di una “serie di menzogne”, prima imbeccate alla stampa, poi reiterate da polizia federale e pubblici ministeri.

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