LE VERITA’ NASCOSTE SUL CASO ALPI-HROVATIN

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Ilaria Alpi Miran Hrovatin

“Mi aspettavo che la sentenza di Perugia provocasse un piccolo terremoto istituzionale dal Quirinale in giù. Niente di tutto questo. Solo Rai3 ha dato rilievo alla gravità dei fatti. Dopo i solenni impegni da parte di tutte le autorità dello Stato, zero”. E’ stata un’attesa vanificata quella di Luciana Alpi, madre della giornalista del Tg3 Ilaria e, da oltre 20 anni, impegnata in una straziante e dolorosa ricerca della verità sulla morte di sua figlia, uccisa il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio assieme al suo operatore, Miran Hrovatin. Un delitto in piena regola, “un’esecuzione” come è stata definita nel titolo del libro presentato dalla stessa signora Alpi il 6 luglio scorso presso la Federazione nazionale della stampa italiana. “Esecuzione con depistaggio di Stato”: una dicitura emblematica che richiama non solo la sorte dei due giornalisti ma anche le successive indagini, protrattesi per oltre 20 anni senza che i retroscena del duplice omicidio avvenuto in Somalia siano mai venuti alla luce.

Il duplice omicidio

Sono trascorsi 23 anni da quel misterioso delitto: Ilaria Alpi, corrispondente del telegiornale Rai, si era recata in Somalia nel 1992 (esattamente un anno dopo lo scoppio della guerra civile) per seguire da vicino gli sviluppi della missione Onu “Restore hope”. La sua inchiesta, però, allargò ben presto i fronti, andando a indagare su un presunto traffico di armi e rifiuti tossici fra l’Italia e lo Stato del Corno d’Africa. Un interscambio che, secondo quanto emerso dalle ricerche della giornalista, avrebbe coinvolto i Servizi segreti e altre autorità del nostro Paese. Un’inchiesta durata fino a quel fatidico 20 marzo 1994, quando il lavoro di Ilaria e Miran si interruppe per sempre davanti all’hotel “Hamana”, sotto i colpi di un commando composto da sette persone.

Il teste scomparso

Chi uccise i due giornalisti e per quale motivo resterà un mistero irrisolto. Forse perché, per ben 16 anni, qualcuno ha scontato in carcere una pena che non era la sua: si tratta di Hasci Omar Hassan, accusato nel 1998 di essere al volante della Land Rover che portò gli assassini di fronte a Ilaria e Miran. Ad accusarlo, un suo connazionale, Ahmed Ali Rage, detto “Gelle” che, davanti al Tribunale, dichiarò di aver visto Hasci alla guida del mezzo, coadiuvato dal racconto di un altro testimone, Ali Abdi: le parole di entrambi vennero riconosciute come “attendibili” il 24 ottobre del 2000 dalla Corte d’assise di appello di Roma. Gelle, però, non testimonierà mai né a quell’udienza né in quelle successive, rendendosi irreperibile. Abdi, invece, morirà poco dopo in Somalia. La decisione definitiva su Hasci, però, sarà lo stesso presa il 10 maggio 2002: 26 anni di reclusione, con riconoscimento delle attenuanti generiche.

Il caso si riapre

C’è un colpevole, dunque, e gli anni che passano contribuiscono a offuscare i ricordi. Ma non la forza d’animo della famiglia di Ilaria. Quello che manca ancora, infatti, è la verità: perché Ilaria e Miran sono stati uccisi? Cosa avevano scoperto? E, soprattutto, dove è finito il supertestimone Gelle? Le stesse domande che, anni dopo, arriveranno a porsi le giornaliste della trasmissione “Chi l’ha visto?”, Federica Sciarelli e Chiara Cazzaniga: è il 2015 quando quest’ultima inizia la ricerca dell’uomo che, 16 anni prima, aveva accusato Hasci di aver ricoperto un ruolo nel brutale duplice omicidio. Dopo un anno di lavoro, Cazzaniga riesce a rintracciarlo e, dopo un’iniziale diffidenza, questi si apre all’intervistatrice, raccontando dettagli che si riveleranno decisivi per la riapertura del caso: Gelle sostiene di essere stato indotto a mentire dietro pagamento, di aver “inventato” le dichiarazioni sulla presenza del somalo sul luogo del delitto. La medesima versione che, pare, il “supertestimone” aveva già rilasciato a un giornalista somalo nel 2002: il Tribunale di Roma, però, non riconobbe la validità di quella conversazione telefonica, in quanto la voce di Gelle sarebbe risultata difficilmente riconoscibile. Ben diverso l’esito dell’intervista rilasciata alla trasmissione di Rai Tre: il caso è definitivamente riaperto e passa al Tribunale di Perugia. E’ qui che, nell’ottobre scorso, Hasci viene scagionato dall’accusa di aver partecipato all’omicidio Alpi-Hrovatin, tornando libero dopo quasi 17 anni di reclusione.

Luciana Alpi: “Credo ancora negli uomini”

La notizia crea scalpore: quello che, per anni, è stato considerato il teste affidabile ha rivelato di aver volutamente mentito. Per la famiglia di Ilaria sussistono elementi sufficienti per la riapertura definitiva delle indagini. Ma il “terremoto” auspicato dalla signora Luciana Alpi non ci sarà e, nemmeno un anno dopo, la Procura di Roma chiede nuovamente l’archiviazione (dopo una prima richiesta respinta nel 2007): impossibile, dopo 23 anni, capire chi abbia ucciso i due reporter e, tantomeno, il movente. Un duro colpo per la madre di Ilaria che ha mostrato, in occasione della presentazione del suo libro, tutta la sua amarezza: “C’è tanta gente che mi dice di andare avanti. Non sanno quale fatica si fa a parlare della propria figlia che non c’è più. Però bisogna farlo, non bisogna darla vinta… Vedremo cosa deciderà il Gip, dipende tutto di lui. Non so dove si trova la forza… forse nell’amore verso mia figlia. Nella giustizia non ci credo più da un pezzo ormai ma credo negli uomini. Le istituzioni, almeno per quanto mi riguarda, peggiorano”.

“La verità esiste”

La nuova richiesta di archiviazione, infatti, rappresenta un passo indietro. Questo perché, mai come ora, vi sono stati elementi così rilevanti per determinare il prosieguo dell’inchiesta: la porta aperta dalla ricerca di Cazzaniga ha permesso di evidenziare una nuova via d’indagine che, proprio nella figura di Gelle e nel quadro operante dietro di lui, potrebbe trovare linfa vitale. Ne abbiamo parlato con la stessa giornalista che, a In Terris, ha raccontato la sua esperienza e ribadito il punto dal quale ripartire.

Da un punto di vista umano, ancor prima che professionale, cosa ha significato affrontare questa inchiesta?

“Umanamente è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Perché l’idea di aver ridato la libertà a un uomo che da 17 anni era in carcere innocente è impagabile. Prima, però, mentre facevo questa inchiesta sentivo anche una grossa responsabilità. Io ho avuto la fortuna e il privilegio di avere accanto a me un’altra donna straordinaria, Federica Sciarelli, perché questa inchiesta l’ha voluta lei e anche nei momenti in cui io ero esitante o imboccavo la strada sbagliata lei mi diceva ‘vai avanti, non fermarti’. Ricordo che, una volta, mi prese in un angolo e mi disse: ‘Tu mi ricordi molto Ilaria, perché parli arabo come lei e hai lo stesso modo di fare. Quindi secondo me tu ce la puoi fare, non preoccuparti e prenditi il tuo tempo’. Abbiamo impiegato un anno: è stata dura, pesante e a un certo punto, quando mi hanno detto ‘sicura di voler continuare, perché alcune persone ci sono morte’, con Federica ci siamo guardate e ci siamo dette: ‘Andiamo avanti’. Perché era giusto così”.

Hai già detto che il tuo lavoro non si fermerà qui… Come proseguirà la tua inchiesta?

“Noi non ci fermeremo: ho la fortuna di lavorare con una giornalista come la Sciarelli, che le inchieste le fa, e una trasmissione forte come ‘Chi l’ha visto?’. Quando indaghi, fai domande e ti presenti con una testata forte alle spalle a volte è più facile che ti si aprano delle strade. Quindi bisogna ripartire dalle carte perché di lavoro ne è stato fatto tanto e bisogna capire tutto quello che è ruotato attorno al supertestimone, Gelle. Bisogna ripartire da lì, secondo me, per approdare da qualche parte. E ribadisco, a prescindere che ci sia un’archiviazione o meno, anche se la procura di Roma avrebbe dei mezzi più potenti per fare inchieste. Però ci siamo dette: abbiamo battuto l’Interpol, la Digos e i Ros nel trovare Gelle, chissà che non riusciamo a fare qualcos’altro”.

Secondo te c’è ancora la possibilità che si arrivi alla verità?

“Sì, la verità c’è e c’è la possibilità che venga a galla. Certo, ventitré anni sono tanti però non bisogna scoraggiarsi. Le carte ci sono, bisogna saperle leggere e ripartire da un lavoro che poi è il nostro: quello di inchiesta e di intuire qual è il punto debole. Federica Sciarelli lo aveva intuito con Gelle: ‘Questo è il punto debole di quest’inchiesta, quest’uomo che ha testimoniato e poi è scappato senza presentarsi in tribunale. Trovami quello’. Lei ha avuto questa enorme intuizione e mi ha dato una grande mano”.

Nei prossimi giorni è attesa la decisione del Gip del Tribunale di Roma. Che l’archiviazione del caso ci sia o meno, esiste una verità che, anche a distanza di 23 anni, va ricercata per far luce su ciò che ancora non è emerso sul caso Alpi-Hrovatin. D’altronde, come più volte ribadito dalla signora Alpi, l’obiettivo è questo: arrivare non tanto alla giustizia, quanto alla verità, quella definitiva.

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