Festa in Ladakh, il Dalai Lama compie 82 anni In migliaia si sono recati a Leh con indosso gli abiti tradizionali da cerimonie

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Dalai Lama

Grande festa a Leh, capoluogo della divisione del Ladakh nello Stato indiano di Jammu & Kashmir, dove migliaia di tibetani si sono riuniti per festeggiare l’82mo compleanno del Dalai Lama, loro leader spirituale. Un portavoce dell’Amministrazione Centrale Tibetana (Cta, in esilio) ha indicato all’agenzia di stampa Ians che a partire dalle 8:00 locali i tibetani, con indosso i tradizionali abiti da cerimonia, hanno partecipato a “speciali sessioni di preghiera nel complesso Shiwatsel Phodrang per assicurare lunga vita a Sua Santità”. Il Dalai Lama, venerato come un “dio vivente”, era presente alla cerimonia, a cui ha partecipato anche il premier tibetano in esilio Lobsang Sangay, ed ha benedetto i fedeli. Nato il 6 luglio 1935 a Taktser (Tibet nord-orientale) il Dalai Lama fu riconosciuto all’età di due anni quale reincarnazione del 13/mo Dalai Lama, Thubten Gyatso.

Lhamo Dondrub

Lhamo Dondrub, ovvero “dea che esaudisce i desideri” in tibetano, nacque in una povera e numerosa famiglia di agricoltori a Taktser, un minuscolo e isolato villaggio lungo il confine con la Cina, nella regione Amdo, nel nordest del Tibet. Nel periodo in cui venne al mondo, il giovane V Reting Rinpoce, celebre lama reincarnato scelto come Reggente del governo del Tibet, era impegnato da tempo nelle ricerche della reincarnazione del XIII Dalai Lama, morto nel 1933 e passato alla storia come Grande Tredicesimo. A questo scopo, secondo le antiche tradizioni tibetane, visitò in compagnia dei suoi principali dignitari il Lhamo Latso, lago considerato sacro dai tibetani poiché in grado di fornire ai più esperti e saggi meditatori visioni e immagini molto precise. Fino ad allora l’unico indizio a sua disposizione era la direzione verso cui si era voltato lo sguardo del cadavere del Grande Tredicesimo prima dell’imbalsamazione rituale, ossia il nordest. Durante il ritiro, Reting Rinpoce identificò tra le acque tre lettere dell’alfabeto tibetano, seguite da un monastero con un tetto verde giada e oro, e infine da una casa con tegole turchese. A questo punto scelse alcuni eminenti ghesce e lama e li mise a capo di gruppi di monaci che mandò nel nordest alla ricerca degli elementi identificati, ordinando loro di mantenere il più assoluto riserbo circa la visione manifestatasi al Lhamo Latso, e, più in generale, sugli sviluppi delle ricerche fino al ritrovamento della reincarnazione.

La nomina

Nel 1937, un gruppo di monaci Sera, guidato da Kewtsang Rinpoce, che poco prima aveva consultato il Nechung, l’oracolo di Stato, raggiunse Taktser, dove si trovava il monastero dal tetto verde giada e oro, e la casa del piccolo Lhamo, dalle tegole turchese: le tre lettere, come dedusse, equivalevano alle iniziali del villaggio, del monastero e della regione di Amdo. Mantenendo segreta la propria identità, i monaci chiesero ospitalità alla casa del bambino piccolo, dove Kewtsang Rinpoce, travestito da servo, lo esaminò ottenendo la conferma che si trattava effettivamente della reincarnazione del XIII Dalai Lama. Poiché in quel tempo l’Amdo era sotto il controllo di Ma Lin, signore della guerra alleato con il cinese Chiang Kai-shek e governatore della provincia per ordine del Guomindang, il governo tibetano gli pagò un abbondante riscatto per permettere al fanciullo di raggiungere la capitale, Lhasa.

Nel 1939, una volta condotto al Potala, residenza dei Dalai Lama e cuore del governo e della religione e del Tibet, il bambino fu intronizzato come XIV Dalai Lama nel corso di una solenne cerimonia in cui fu ribattezzato Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso, ovvero “Sacro Signore, Gloria gentile, Compassionevole, Difensore della fede, Oceano di saggezza”. Da allora i tibetani si riferiscono a lui come Yeshe Norbu, ovvero “gemma che realizza i desideri”, o semplicemente Kundun, “la Presenza”. Ad appena sei anni di età, mentre alla sua famiglia veniva concesso un titolo nobiliare con tanto di una sostanziosa proprietà fondiaria, in tono con le antiche tradizioni riguardanti i lama reincarnati, il nuovo Dalai Lama cominciava la propria educazione monastica e politica in vista dell’assunzione dei pieni poteri come massima autorità politica e religiosa alla maggiore età.

In questo stesso periodo, mentre si divideva tra gli studi, i giochi e le riunioni di famiglia, il Tibet suscitò nuovamente l’interesse da parte della Cina, mentre il Reggente Reting Rinpoce divenne una figura molto controversa, accusato di essere tra i principali responsabili della corruzione nel governo e della trascuratezza della disciplina morale da parte dei monaci. Discepolo di lama grandemente eruditi quali il VI Ling Rinpoce, il XVII Trijang Rinpoce, e del III Taktra Rinpoce, il XIV Dalai Lama studiò con diligenza dando prova di grande intelligenza e capacità, e dimostrando notevole abilità nel dibattito. Tenuto rigorosamente isolato dal resto del mondo nelle mille stanze del Potala, maturò un certo interesse per l’Occidente e la modernità tramite i suoi incontri con l’alpinista austriaco Heinrich Harrer, che divenne suo buon amico e precettore.

L’invasione da parte della Cina

La quiete d’infanzia del giovane Dalai Lama e l’isolamento del Tibet s’interruppero rapidamente nel 1950, quando le truppe della neonata Repubblica Popolare Cinese attraversarono il confine nordorientale, incorporandone i territori nel proprio dominio. In seguito alle forti proteste del popolo, che accusava il governo e i vari Reggenti di corruzione, e al responso dell’Oracolo Nechung, il XIV Dalai Lama assunse appena quindicenne i pieni poteri governativi il 17 novembre, affinché il Paese potesse fronteggiare le pretese di annessione avanzate dalla propaganda del Presidente Mao, secondo cui era doveroso “riunire alla madrepatria tale regione occidentale della Cina”.

Per tutelarsi dalle ritorsioni cinesi, subito dopo la cerimonia il Dalai Lama si trasferì con i più alti dignitari al Monastero di Dunkhar, lungo il confine con l’India. Ivi, ben protetto e isolato, studiò con pazienza la migliore risposta all’invasione straniera fino al giorno in cui gli fu presentato dal suo insegnante Trijang Rinpoche un anziano monaco residente noto per essere il medium dell’oracolo di Dorje Shugden, una controversa entità spirituale dallo sconfinato potere. Durante la sua trance, l’oracolo diede risposte molto precise, tanto da suscitare l’attenzione del giovane Dalai Lama, che, all’oscuro delle origini storiche del culto e della posizione nettamente ostile assunta dai suoi predecessori, si accostò definitivamente al culto, ricevendo l’iniziazione e facendo inserire Dorje Shugden tra le divinità venerate a livello nazionale. Fu così che in gran parte del Tibet apparvero statue e thangka dello spirito dalla forma terrifica, armato di spada su di uno sfondo fatto di fuoco o oceani di sangue, e si tennero ripetute e sfarzose cerimonie atte a richiederne servigi immediati, potere e ricchezza. Il suo oracolo divenne il secondo dopo Nechung.

Poiché i funzionari del Partito Comunista di Cina e i soldati diedero luogo alle prime brutalità a danno dei monaci, dei latifondisti e persino degli agricoltori, nel 1954 il XIV Dalai Lama partì alla volta di Pechino con il X Panchen Lama e i principali dignitari del governo con l’intento di negoziare con Mao, Zhou Enlai e Deng Xiaoping una soluzione accettabile per entrambe le parti. Il suo soggiorno in Cina durò due anni, durante i quali visitò molte province della nazione e partecipò a varie conferenze del Partito, ma gli incontri non ebbero successo. Rientrato in Tibet nel 1956, fece del suo meglio per frenare le prepotenze dei funzionari cinesi, e nel 1959, durante la festa di Monlam, affrontò al Tempio di Jokhan l’esame finale dei suoi studi religiosi, superandolo con onore e ricevendo il titolo di Ghesce Lharampa, la qualifica più alta, ottenuta prima di lui soltanto dal Grande Tredicesimo.

L’esilio

Il 10 marzo 1959, il movimento di resistenza tibetano, nato nel Kham e ormai esteso a tutto il Paese, scatenò una grande sollevazione a Lhasa, che fu duramente repressa dall’Esercito Popolare di Liberazione: migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade della capitale e in altri luoghi. Convinto di dover rendere pubblica la grave situazione in cui versava il suo Paese e di dover ottenere il sostegno della comunità internazionale, il Dalai Lama fuggì dal Tibet la notte del successivo 17 marzo, giungendo in India esattamente due settimane dopo. Sostenuto da Nehru, primo capo di governo dell’India autonoma, prese residenza a Dharamsala con un seguito di centoventimila tibetani e formò un governo in esilio, divenendo così il primo Dalai Lama costretto a vivere a tempo indefinito al di fuori del Tibet.

Molto attivo a vantaggio dei rifugiati politici tibetani che ogni anno sfuggono in massa alle persecuzioni della Repubblica Popolare Cinese, procurando tutto ciò che occorre loro per vivere, il Dalai Lama avviò una lotta basata sulla nonviolenza e la disobbedienza civile sull’esempio del Mahatma Gandhi, di cui si definisce tuttora un grandissimo ammiratore. Negli anni settanta, ancora intrigato dai racconti di Harrer al Potala, visitò per la prima volta l’Occidente, impegnandosi nella divulgazione a livello internazionale del dramma del suo popolo sotto il dominio cinese. Insieme ad altri lama e ghesce, condivise così i princìpi della tradizione del Dharma del Tibet con gli occidentali, contribuendo alla fondazione di monasteri e centri di pratica e studio. Imparò altresì l’inglese, e ottenne presto la simpatia delle nazioni occidentali per la sua battaglia in favore dei tibetani. Molte celebrità di Hollywood, in particolare Richard Gere, Harrison Ford, Barbra Streisand, Steven Seagal, Goldie Hawn e Meg Ryan, lo sostengono tuttora pubblicamente.

 

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