Divisioni all’Onu sulla Corea del Nord: no di Russia e Cina a nuove sanzioni Washington chiede un giro di vite contro il regime di Kim. La replica di Mosca e Pechino: "Inaccettabile strangolare economicamente Pyongyang"

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Stop di Russia e Cina al giro di vite contro la Corea del Nord chiesto dagli Stati Uniti. Donald Trump vorrebbe rafforzare le sanzioni contro Pyongyang, come ha annunciato in una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza Onu l’ambasciatrice Niki Haley, che presenterà una bozza nei prossimi giorni, con il forte sostegno di Francia e Regno Unito.

La diplomatica americana però ha lanciato altri due messaggi forti. Primo: le azioni della Corea del Nord “stanno chiudendo rapidamente la possibilità di una soluzione diplomatica” e gli Usa “sono pronti a usare qualsiasi mezzo“, inclusa la “forza militare, se dovremo”. Secondo: gli Usa vogliono lavorare con la Cina ma sono pronti a tagliare i loro rapporti commerciali con tutti i Paesi che hanno relazioni con Pyongyang in violazione delle risoluzioni Onu. Un chiaro avviso per Pechino.

Ma Russia e Cina, dopo la rinnovata alleanza fra Vladimir Putin e Xi Jinping, fanno fronte comune sostenendo che “deve essere esclusa l’ipotesi di una azione militare” e chiedendo lo stop allo scudo antimissile Usa Thaad in Corea del sud. Mosca inoltre ha messo le mani avanti su nuove sanzioni, sostenendo che è inaccettabile strangolare economicamente la Corea del nord. Il presidente americano vuole sondare personalmente la comunità internazionale nell’imminente G20. E vuole vedere come andranno gli incontri con due leader chiave del dossier, Vladimir Putin e Xi Jinping, che hanno già proposto una soluzione congiunta: la moratoria del programma missilistico e nucleare nordcoreano, insieme alla contemporanea rinuncia allo scudo missilistico americano e alle maxi esercitazioni congiunte di Usa e Corea del Sud, che però hanno risposto immediatamente a Pyongyang con il lancio di missili balistici.

Un altro monito è arrivato dal generale Vincent K. Brooks, comandante delle truppe americane a Seul: “L’autocontrollo, che è una scelta, è tutto quello che separa armistizio e guerra”, ha scritto in un comunicato congiunto con il genenerale Lee Sun-jin, capo del Comando di Stato maggiore sudcoreano, riferendosi alla tregua del 1953 che non ha mai concluso ufficialmente la Guerra di Corea. “Siamo in grado di cambiare la nostra scelta quando ciò è ordinato dai leader della nostra alleanza. Sarebbe un grave errore per chiunque credere il contrario”, ha avvisato Brooks.

Trump invece continua a tener alta la tensione su Pechino. “Il commercio tra la Cina e la Corea del Nord è cresciuto di quasi il 40% nel primo trimestre. Proprio così, con tutto che Pechino sta lavorando con noi – ma dovevamo fare un tentativo!”, ha punzecchiato. Del resto, che la luna di miele con Xi sia già finita lo rivelano altri segnali lanciati da Trump: dalle sanzioni a una banca cinese che aiutava Pyongyang alla vendita di armi a Taiwan, dall’invio di una nave da guerra in acque rivendicate da Pechino alla guerra commerciale sull’acciaio.

Trump ha fatto capire che gli Usa sono pronti ad agire da soli, ma anche l’opzione militare appare improbabile e rischiosissima, sia che si trattasse di un “attacco chirurgico” o di una invasione. Il capo del Pentagono Jim Mattis ha già ammesso che “sarebbe probabilmente il peggiore conflitto nell’arco della vita di gran parte delle persone”. Il numero delle vittime stimato andrebbe da 60 mila (se i bersagli fossero solo militari) a 300 mila persone. Per questo, secondo il New York Times, quella dei negoziati resta l’unica “opzione realistica”.

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