Addio a Paolo Villaggio, attore brillante e comico geniale L'inventore del rag. Fantozzi si è spento a Roma a 84 anni. La figlia: "Ciao papà, ora sei libero di volare"

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Paolo Villaggio

Dire che sia il cinema a essere in lutto potrebbe probabilmente essere riduttivo: a piangere Paolo Villaggio, il famoso attore genovese scomparso oggi a Roma all’età di 84 anni, è l’intero mondo della cultura italiana. E, ovviamente, quel pubblico che, ben prima della critica, aveva imparato ad apprezzare e amare quell’attore, comico e scrittore che, attraverso i suoi personaggi, aveva contribuito a mostrare all’Italia il lato grottesco della sua società. Chissà se i proverbiali “novantadue minuti di applausi” basterebbero a manifestare tutto l’affetto del pubblico italiano per il leggendario interprete di due personaggi assolutamente storici come il ragionier Ugo Fantozzi e l’ugualmente qualificato Giandomenico Fracchia. Per citare solo i suoi due ruoli più iconici: il talento di Villaggio non è stato solo recitativo ma ha spaziato nel campo della letteratura e della musica, lasciando tracce indelebili nei ricordi di tutti quegli italiani che aveva con tanta arguzia saputo raccontare.

Il successo con Fantozzi

Da tempo malato, l’attore è scomparso mentre si trovava ricoverato al Policlinico “Gemelli” di Roma. A dare notizia della sua scomparsa è stata sua figlia Elisabetta che, sul suo profilo Facebook, ha dato l’addio a suo padre: “Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare”. E, molto simile a un volo, era stato il suo percorso artistico: con un’importante carriera televisiva alle spalle, per Villaggio le porte del cinema si spalancano negli anni ’70 recitando, dopo qualche ruolo minore, al fianco di Vittorio Gassman nella pellicola di Monicelli “Brancaleone alle crociate”, del 1970. Da lì, una carriera in discesa ma non priva di difficoltà quella dell’attore il quale, nel frattempo, aveva creato dalla sua penna il personaggio che, di lì a poco, lo avrebbe consacrato a imperitura memoria nella storia della satira e della comicità italiana: lo sfortunatissimo ragioner Fantozzi, emblema del cosiddetto “uomo medio” e destinato a divenire, nei decenni successivi, una vera e propria icona del cinema, oltre che dell’immaginario collettivo di una nazione intera. Il primo film con protagonista il personaggio sarà girato, così come il fortunatissimo seguito (“Il secondo tragico Fantozzi”), da Luciano Salce nel 1975. A coronamento della sua carriera cinematografica, sono arrivati riconoscimenti importanti, come il David di Donatello del 1999 e del 2009, il Leone d’Oro alla carriera del 1992 e i Nastri d’argento al Miglior attore per un film di valore come “Il segreto del bosco vecchio”, di Ermanno Olmi.

Scrittore e paroliere

L’incredibile e sempre crescente successo artistico-letterario del personaggio di Fantozzi, rappresentazione grottesca di un uomo vessato dalla propria società e continuamente alla ricerca di una rivalutazione sociale, è andata di pari passo alla valorizzazione di Villaggio come artista poliedrico e geniale, capace di convogliare in una comicità paradossale tutto il suo linguaggio critico e attento, perfettamente calato nel contesto sociale della propria epoca. Un impegno artistico palesato anche in musica, al fianco dell’amico di sempre, Fabrizio De André, con il quale condivise le esperienze giovanili nella Genova del dopoguerra e diede vita a un sodalizio artistico coinciso con la stesura di testi musicali come “Il fannullone” e, soprattutto, “Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers” che, nel 1963, conobbe anche i vincoli della censura. Il giorno della morte dell’amico, nel 1999, in un’intervista al Tg5 dirà: “Abbiamo vissuto insieme varie stagioni della vita, abbiamo vissuto la fame, la Genova ancora con l’odore dei pitosfori… quando si è molto amici, soprattutto d’infanzia, si parla della morte come di un fatto lontano… Adesso che invece la cosa è accaduta e quando stava per succedere, non abbiamo mai avuto più il coraggio… né di incontrarci, né di parlare della cosa, perché questa volta non era un gioco, non era letteratura, era la terribile realtà”. E oggi, esattamente come per Faber diciotto anni fa, il pubblico italiano si raccoglie attorno all’uomo e all’artista, pronto a offrire non solo il suo saluto ma la sua eterna gratitudine.

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