“Sei in carrozzina, non puoi venire”: esclusa dalla cena di classe perché disabile

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E’ in carrozzina ergo non può partecipare alla cena di classe. E’ il cortocircuito cerebrale nel quale sono cadute alcune studentesse di Parma che hanno apostrofato in malo modo – beninteso, via chat – la loro compagna di classe rea di essere disabile e dunque un peso morto.

L’umiliante conversazione subita dalla vittima sulla chat di classe di WhatsApp è stata scoperta dai genitori della giovane che, letti i messaggi, hanno denunciato alla polizia postale e al provveditore il sopruso subito dalla figlia: papà e mamma non usano mezzi termini e parlano di “bullismo

Il caso, riportato dalla Gazzetta di Parma, riguarda alcune studentesse delle superiori. “E’ nostra intenzione fare una cena di classe anche magari per parlare di altro invece che di scuola, e preferiremmo che non ci siano genitori – esordisce “gentilmente” una delle compagne di classe, indirizzando il messaggino alla ragazza in carrozzina – ma dal momento in cui deve essere presente una figura per te, non vorremmo che tu venissi”. Il messaggio scritto, ma non detto guardando in faccia la vittima (ci sarebbe voluto quel minimo i fegato…), è stato codardamente firmato “Da tutta la classe“. Una sentenza di morte (sociale) senza appello, dunque.

La vittima tira fuori quel minimo di amor proprio e ribatte alle (infauste) compagne confermando la sua presenza: “Io sono una persona come tutte le altre” spiega alle “amiche che evidentemente non lo avevano ancora capito. “Mia mamma esce, poi per andare in giro sola prendo la carrozzina elettrica e quando ho bisogno la chiamo al telefono”.

Alla sua reazione, le compagne si scatenano (ma sempre ben protette dal muro virtuale dl web). “Ma hai capito il senso del messaggio?”; “Con la comprensione siamo messi un po’ male”; “E poi dobbiamo camminare, tanto poi stiamo in centro”; “Perché? non hai detto prima che avevi la carrozzina elettrica? Non siamo andate in gita per questo!”; “Ci prendi per il c*?” sono solo alcune delle repliche umilianti e offensive che i genitori hanno letto increduli il giorno dopo sul telefono della figlia. Da qui, l’inevitabile denuncia.

E, come sempre accade, l’inevitabile quanto triste tentativo dei genitori di giustificare le figlie a tutti i costi, spiegando che i veri colpevoli siamo “noi” (inteso: “il mondo intero”) per aver “frainteso” quei messaggini. Peccato che, almeno in questo caso, ci sia poco da fraintendere.

La scuola: “Non si tratta di bullismo”

La scuola, da parte sua, se ne è lavata le mani. Come riporta Repubblica i dirigenti hanno spiegato che La scuola, pur prendendo atto dei gravi fatti (ma come?) e detto ai genitori di fare denuncia alla polizia postale, non ha potuto (o voluto?) procedere perché non si sarebbe trattato di un fenomeno reiterato tale da configurare reati di stalking, bullismo o atti persecutori. Solo maleducazione, dunque?

I familiari hanno scritto anche al provveditore Maurizio Bocedi. “E’ necessario che quelle ragazze siano recuperate, rese consapevoli dell’accaduto. Non è un caso personale, è un caso sociale”. Speriamo che i soliti idioti non banalizzino l’episodio come “ragazzata”.

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