Istat: disoccupati e inattivi in calo grazie alla ripresa economica Segnali positivi sul fronte del lavoro. Tra i nuovi dipendenti prevalgono quelli a termine

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Segnali positivi sul fronte dell’occupazione. Lo sostiene l’Istat nell’indagine trimestrale sul mercato del lavoro dalla quale emerge che nel primo trimestre l’occupazione ha mostrato una crescita congiunturale dello 0,2%, pari a +52 mila unità, grazie all’ulteriore aumento dei dipendenti (+78 mila, +0,4%) mentre tornano a calare gli indipendenti (-26 mila, -0,5%). Da rilevare che tra i nuovi dipendenti prevalgono quelli a termine (+51 mila su un totale di 78 mila).

Per quanto riguarda il confronto annuale, ossia tra il primo trimestre del 2017 e l’omologo periodo dell’anno precedente, gli occupati sono cresciuti di 326 mila unità (+1,5%). Anche in questo caso, più dei due terzi dei nuovi posti è a termine.

Prosegue a ritmo sostenuto la diminuzione degli inattivi di 15-64 anni (-473 mila in un anno) e del corrispondente tasso di inattività. Nel confronto tendenziale, la diminuzione dell’inattività è diffusa per genere, territorio e classe di età, e coinvolge sia quanti vogliono lavorare (-291 mila le forze di lavoro potenziali) sia la componente più distante dal mercato del lavoro (-183 mila chi non cerca e non è disponibile).

Dal lato delle imprese, l’Istituto nazionale di statistica conferma i segnali di crescita congiunturale della domanda di lavoro, con un aumento delle posizioni lavorative dipendenti pari allo 0,6% sul trimestre precedente, sintesi della crescita sia dell’industria sia dei servizi. Le ore lavorate per dipendente tuttavia si riducono (-0,6%), anche se continua a diminuire il ricorso alla Cassa integrazione.

In termini congiunturali si registra un aumento dello 0,5% delle retribuzioni e dello 0,6% del costo del lavoro su cui ha influito la crescita accentuata degli oneri sociali (+1,2%), dovuta al graduale indebolimento degli effetti del vantaggio contributivo associato alle nuove assunzioni a tempo indeterminato degli ultimi due anni, spiega infine l’Istat.

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