Gran Bretagna, May avanti col sostegno del Dup: “Formerò un nuovo governo” La maggioranza risicata non scoraggia la premier che ha chiesto e ottenuto l'incarico alla regina Elisabetta II

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L’obiettivo delle elezioni anticipate indette nel Regno Unito da Theresa May, primo ministro uscente, era accrescere il vantaggio del Partito conservatore e, qualsiasi risultato al di sotto dei 330 seggi, sarebbe stato da considerarsi fallimentare. Eppure, quella che tecnicamente risulta come una vittoria, è in realtà una deludente (e bruciante) sconfitta per la leader conservatrice, annunciata già dall’unico exit poll concordato dai network britannici, annunciato dopo la chiusura delle urne alle 23 ore italiana: i Tories chiudono a 318 seggi su 650, ben 8 sotto la soglia della maggioranza assoluta e addirittura 13 in meno rispetto al Parlamento uscente (gli exit poll ne avevano indicati 314, suonando un primo campanello d’allarme). Il vantaggio di May sul leader Labour Jeremy Corbyn c’è ma, a fronte di una scommessa ardita sulla possibilità di incrementare i seggi alla Camera dei Comuni (e avere di conseguenza maggior libertà d’azione sul fronte Brexit), quella del Tory è da considerarsi alla stregua di un fallimento.

LibDem: “Nessuna coalizione”

I laburisti si fermano a 262 seggi (un importante 40,08%) recuperandone circa 30. Un ottimo risultato per Corbyn che, di fatto, è riuscito a riportare il partito sugli standard di 7 anni fa, quando a essere eletto era stato David Cameron. All’Ukip di Nigel Farage non è andato nessun seggio mentre il partito nazionale scozzese (Snp) è a 35; i liberaldemocratici a 12. Le altre formazioni, in tutto, otterrebbero una ventina di seggi. Nel frattempo, i LibDem di Tim Farron chiudono (almeno per il momento) alla possibilità di una coalizione, memori dell’esperienza del 2010, quando il partito formò un’alleanza con il conservatore David Cameron: “Mi sembra molto difficile che il nostro leader possa entrare a far parte di una coalizione”, ha spiegato Menzies Campbell immediatamente dopo gli exit poll. In sofferenza, al contempo, la sterlina: già a partire dagli exit, sull’unico mercato aperto (le valute), si è registrato il crollo pari al 2% (a 1,28 dal dollaro) della moneta britannica.

Intesa fra Dup e May: “Lavoreremo insieme”

Con il Parlamento di fatto spaccato, a regnare è stata l’incertezza. La Bbc, però, ha subito annunciato che Theresa May non ha alcuna intenzione di dimettersi, come invece caldeggiato dall’avversario Corbyn: “Basta austerity. Spazio a un governo che rappresenta tutti… Theresa May ha perso sostegno, ha perso seggi e ha perso voti, io credo sia abbastanza perché se ne vada”. La questione governabilità, fin da subito appesa alla inizialmente difficile possibilità di alleanze, sembrerebbe aver trovato linfa. Un’apertura, infatti, c’è stata da parte dei nordirlandesi del Dup (che di seggi ne ha ottenuti 10): una pista che appariva complicata ma che poggia sulla solida convinzione del partito di vedere a Downing Street un inquilino dei Tories a causa dei controversi rapporti con il leader Lab Corbyn. Un accordo di massima ci sarebbe, intavolato durante la notte di spoglio e, a tal proposito, May si è recata dalla regina Elisabetta per chiedere l’appoggio alla formazione di un nuovo governo e, di ritorno a Downing Street, ha annunciato che farà “un nuovo governo, per rispettare la promessa della Brexit”. Al suo fianco, quindi, ci sarà proprio il Dup: “Continueremo a lavorare con loro perché i nostri due partiti godono da molti anni di una forte relazione e questo mi dà la fiducia che saremo in grado di lavorare insieme nell’interesse dell’intero Regno Unito. Lavorerò con loro, perché mai come in questo momento la Gran Bretagna ha bisogno di certezze”.

Moscovici: “Brexit si farà”

Nel frattempo  il commissario europeo agli affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, ha dichiarato che “non è stato un referendum-bis, la Brexit si farà”. E’ anche vero che, come precisato dallo stesso Moscovici, il risultato “cambierà forse un certo numero di cose. Ci sarà senza dubbio un impatto sullo spirito dei negoziati, sul dato politico, ma l’apertura dei negoziati non è in discussione”.

In aggiornamento

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