La scuola della speranza

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Chiuse le scuole occorre riflettere sull’importanza di educare alla gratuità e quindi anche al senso di appartenenza. Il profitto scolastico insegna agli allievi a pensare a se stessi, a cercare i migliori voti con il minimo sforzo possibile, a porsi come massimo obiettivo la promozione. Il resto non è cosa loro: gli insegnanti pensano a preparare le lezioni, il preside a far funzionare la scuola, i “bidelli” a pulire.

Lo studente della scuola del profitto si sente autorizzato a non collaborare, a sporcare, a sprecare poiché non recepisce come suo “l’obbligo” a partecipare, a lasciare pulito, a risparmiare. Gli abbiamo insegnato infatti che diviene “obbligo” solo ciò che gli viene espressamente ordinato (rispondi all’interrogazione, non disegnare il banco, raccogli la cartaccia…) senza coinvolgersi o assumersi responsabilità. Gli studenti del profitto vivono da opportunisti: ognuno per sé, qualcun altro penserà per tutti.

E’ un modo di fare che essi ricevono dalla scuola stessa e più in generale dalla cultura edonistica e consumistica in cui vivono. Manca il senso di appartenenza, il sentirsi “insieme”, comunità solidale. Così vivere tre, cinque anni in una stessa classe non crea più di tanti legami; in quel tempo ciascuno compie un cammino individuale in cui troverà ad abitare in un’aula con dei compagni, più o meno simpatici senza tuttavia condividere un’avventura, senza essere gli uni veramente importanti per gli altri.

Rimarranno ricordi, forse amicizie superficiali, ma non quei legami profondi che nascono dall’esperienza relazionale-affettiva ma anche etica di aver costruito insieme qualcosa di buono per sé e per gli altri.

Il senso di appartenenza procede insieme alla gratuità; se lo stare a scuola è motivato dal piacere gratuito di conoscere, capire se stessi e interagire nel mondo, viene naturale il desiderio di organizzare assieme la casa comune dove tutto ciò può realizzarsi. Nella casa comune si è corresponsabili non solo dell’apprendimento ma delle persone, dei compagni, degli insegnanti, dei collaboratori scolastici, del loro benessere, delle relazioni reciproche; si è corresponsabili delle strutture, degli spazi, dei tempi della scuola, della sua organizzazione e funzionalità, dalla pulizia delle stanze alla cura del giardino, dalla gestione delle merende all’orario delle lezioni.

La scuola diviene un luogo di esperienza umana e culturale significativa in cui poter esprimere ed esercitare ogni capacità, diventa luogo di sfida con se stessi, di preparazione vera alla vita. Ognuno è sollecitato a dare ciò che ha e ciò che può perché sia valorizzato e reso utile al cammino comune. Chi ha il dono della logica si adopererà per organizzare, chi ha quello dell’arte per rendere piacevoli gli ambienti, chi quello relazione per capire i bisogni delle persone.

Ogni potenzialità viene utilizzata perché c’è bisogno di tutti, ci si sente compresi ma anche stimolati a donare le proprie capacità perché si scopre la gioia di costruire il bene insieme agli altri. Nel condividere la responsabilità della casa comune le persone trovano risposta a quell’anelito profondo, incolmabile di fraternità e di comunione che fa parte del bagaglio più intimo di ogni uomo. dare una risposta concreta a questo bisogno vitale è dare fiducia ai propri ragazzi iniziando a considerarli più che semplici “colli di bottiglia” da riempire ma veri e propri collaboratori, protagonisti del loro stesso sviluppo.

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1 COMMENT

  1. Tante belle cose… però non trovo mai la descrizione di un modello concreto da applicare. Attendo fiduciosa.
    Ps.: i prof non sono così cattivi e incompetenti sa? É che spesso fanno fatica a navigare in quel mare che sta tra il dire e il fare.

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