Il generale dei Gesuiti: “Ho paura dei fondamentalismi non dei musulmani” Intervista di padre Arturo Sosa al Sir: "Sui migranti all'Europa serve una strategia comune"

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Migranti, Trump, terrorismo e il suo Venezuela nel baratro. In una intervista rilasciata al Sir, l’agenzia di stampa della Cei, il preposito generale dei Gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal ha affrontato temi “caldi” del panorama internazionale.

Migranti

“Il futuro dell’Europa – sostiene il “papa nero” – dipende molto dalla manodopera che arriva da altri Paesi. Per questo occorre pianificare una strategia comune. I migranti sono una fonte di ricchezza: a scappare da guerre e carestie uomini e donne che hanno il desiderio di lavorare”. E di fronte alle resistenze nell’accoglienza, anche di tanti cattolici, padre Sosa sostiene che è “spontanea, non guidata dalla malafede. La diffidenza nei confronti del diverso è diffusa, ma come cristiani siamo chiamati a fare il contrario. È un processo di conversione per tutti. L’Italia è tra i Paesi più aperti all’accoglienza in Europa. Il problema è a livello politico: come i cristiani possono contribuire affinché la società civile sia aperta?”

Trump

Padre Sosa si dice “preoccupato“. perché “costruire muri non può essere la politica di un Paese importante come gli Usa. Né l’invito ad acquistare armi per difendersi. Il governo statunitense deve ascoltare di più il popolo. Sono in tanti a non pensarla come Trump”.

Islam e terrorrismo

Il generale dei Gesuiti ritiene che non sia in atto una guerra di religione ma chiarisce che “religioni e fondamentalismi sono due cose differenti. Quando diventa ideologia e ambizione di potere, la religione smette di essere tale e diventa fondamentalismo. I regimi sono ideologicamente schierati”. E aggiunge di non avere “paura dell’islam, perché non ho paura dell’esperienza di Dio. Ho paura del fondamentalismo, non dei musulmani”.

Venezuela

Alla vigilia dell’incontro del Papa con l’episcopato venezuelano, padre Sosa, che è originario di Caracas, dipinge un quadro molto fosco del suo Paese: “Non si riesce a trovare un punto comune. Gli spazi di incontro politico sembrano chiusi. Mancano cibo e medicine, la sofferenza del popolo cresce. Nelle persone è sempre più diffusa la volontà di un forte cambiamento. Bisogna seguire, però, la via della pace e della democrazia. La maggioranza del popolo chiede una soluzione pacifica. Ma i costi umani di questo processo sono troppo alti”.

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