Noi non siamo come loro

1809
riina

Ho letto che Riina, noto boss mafioso, l’uomo che ha ucciso e fatto uccidere negli ultimi 20 anni tanti uomini e donne, servitori dello Stato – e che molto probabilmente non conosce la parola pietà, perché non può conoscerla l’uomo che ha ordinato di sciogliere nell’acido un bambino – è gravemente ammalato e la sua malattia non sarebbe conciliabile con il soggiorno nelle patrie galere.

Ho letto tanti commenti sulla vicenda: uno in particolare mi ha colpito. Quello, pubblicato da un sedicente “pio cristiano”, che ne auspicava la morte in compagnia di altri mafiosi. Tra i tanti quello forse più generoso sosteneva che Riina dovesse concludere i suoi giorni in carcere, perché lo Stato non dovrebbe avere pietà nei confronti di persone come lui.

Le tante riflessioni lette, le brutte parole, le imprecazioni mi hanno scosso e turbato. Quante volte, pur indossando una uniforme, mi sono ribellato, anche con veemenza, nel sentir dire di un giovane spacciatore morto per overdose: “uno in meno”. Frasi difficili da dimenticare.

Lo Stato può avere pietà per un uomo detenuto in carcere per gravi delitti? Può o deve evitare che questi muoia in una fredda stanza di pochi metri, senza alcuna possibilità di cure? Io credo che lo Stato non solo “possa” avere pena di un detenuto gravemente ammalato, ma “debba “averne. Io credo che lo Stato si debba preoccupare di proteggere e garantire la vita di qualsiasi uomo privato della libertà dalla giustizia.

Diversa, ovviamente, è l’ipotesi nella quale la pericolosità del detenuto sia ancora attuale. Tanto che, l’eventuale ammissione a cure esterne, agevolerebbe la commissione di nuovi reati. Sono d’accordo con Violante quando dice che “la Repubblica non può rispondere alla mafia utilizzandone le stesse spietate logiche di vendetta. La dignità della morte, a condizione che non sia più in grado di nuocere e che versi in condizioni di salute irreparabili, va garantita anche al criminale della peggiore risma“.

Perché se lo Stato si comportasse come la mafia allora sì che la mafia avrebbe vinto. E la morte di uomini onesti e giusti perderebbe quel grande significato che oggi viene raccolto da molti giovani che non hanno neanche conosciuto eroi come Falcone e Borsellino.

E questo scrivo, con sofferenza, pensando a te, Beppe*, amico caro, che credevi nello Stato e lo hai servito con onestà e lealtà, fino a quando i servi, quelli sì, di un altro padrone, chiamato Riina, ti hanno tolto barbaramente la vita, davanti alla tua compagna che ti aspettava sorridendo per darti un bacio, in quella stupenda spiaggia di Sicilia che io non vorrò mai vedere, perché bagnata dal tuo sangue.

*Commissario Giuseppe Montana, ucciso dalla mafia il 28.07.1985 a Porticello (Pa)

L’Opinione è lo spazio riservato da In Terris a personaggi pubblici che intendano esprimere la propria idea su un argomento di attualità a titolo personale, senza che essa necessariamente rispecchi la linea editoriale del giornale

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

6 COMMENTS

  1. Le cure possono e devono essere prestate all’interno degli istuti penitenziari. a parte il fatto che Riina è ancora pericoloso, come più volte ribadito dagli inquirenti, non si capisce per quale motivo non possa essere curato in carcere. Rispetto le idee del DR. D’Angelo, ma ritengo che per certi criminali sia necessaria la pena di morte.

  2. Il problema non mi sembra posto correttamente, non si tratta di pietà o di vendetta qui si tratta di altro perché il malato , chiunque esso sia ha diritto alle cure possibili, e il soggetto in questione le ha. Ritengo invece che restituire alla famiglia il boss anche se ormai alla fine, sia concedere alla mafia la più grande vittoria : celebrarne il funerale come a un Grande e perpetuarne il Culto nelle nuove leve , con il chiaro messaggio che abbiamo uno Stato sottomesso alla Mafia

  3. Riina non è in carcere ma in un’ala particolare dell’ospedale (come dichiarato al gr2 dal direttore del carcere) dove riceve tutte le cure del caso come qualsiasi altro cittadino. Considerato il soggetto in questione mi sembra più che sufficiente

  4. E’ vero, noi non siamo come loro ma, almeno in questo mondo, a tutto c’è un limite

  5. “Nella misura con cui misuri sarà misurato a te”, sono le parole di nostro Signore, non le nostre, domandiamoci signor Italo, ha mostrato un qualche accenno di pentimento?, da ciò che ci è dato sapere sembra di no, noi signor Italo non giudichiamo la persona in quanto tale, ma gli atti commessi si, debbono essere giudicati, anche questo è scritto nella scrittura, pur comprendendo il suo punto di vista, mi pare una sorta di buonismo, o come la vogliamo chiamare un “misericordismo” il quale nulla ha che fare con la Misericordia, il perdono precede il pentimento, diversamente per quale motivo ci si confessa?, il signore in questione, non è l’unico ad avere malattie, ve ne sono migliaia, sconosciuti e che forse soffrono sia nel corpo che nello spirito, che continui a scontare gli ergastoli assegnatogli, nel frattempo le strutture sanitarie carcerarie ci sono e forse meglio di quelle pubbliche, inoltre perché pensare solo a lui e non a tutte quelle vittime in modo particolare innocenti come quel ragazzo sciolto nell’acido, non era forse un suo diritto vivere?
    Ci pensi signor Italo, e per farlo poniamoci in empatia.

LEAVE A REPLY