Addio a Giuliano Sarti, il numero uno della Grande Inter Tricolore con la Fiorentina e campione di tutto con l'Inter di Herrera, Sarti rivoluzionò il ruolo del portiere risultando uno dei più grandi e apprezzati di sempre

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Giuliano Sarti

Era un altro calcio quello di Giuliano Sarti, il portiere “geometra” dell’Inter dei record, protagonista assoluto del primo scudetto della Fiorentina nonché estremo difensore italiano ad aver disputato più finali di Coppe dei Campioni (4). Il numero uno di Castello d’Argile si è spento oggi, all’età di 83 anni, lasciando di sé una bacheca di trofei e un album dei ricordi da far invidia a chiunque. Nel novero dei grandi portieri del nostro Paese, forse, ci si dimentica un po’ troppo spesso di lui e del suo leggendario senso della posizione. Forse, proprio il suo modo di parare poco spettacolare ma concreto ed essenziale, lo ha reso un’icona agli occhi degli intenditori più che del grande pubblico. Giuliano Sarti, però, era uno di quegli estremi difensori di ghiaccio, alto e slanciato, freddo e calcolatore che, piuttosto che cercare la platealità, rendeva semplici anche le parate più difficili. Con una caratteristica che, per tutta la carriera, lo ha accompagnato fino a guadagnarsi l’appellativo di “hombre de la revolucion”, coniato da Helenio Herrera: fisso sulla linea di porta, occhi negli occhi con l’attaccante. Sempre.

Gli anni Viola

Arrivato nel grande calcio dai dilettanti, l’esordio in Serie A Sarti lo fece con la Fiorentina, nel 1955, anche se a Firenze ci arrivò un anno prima. Le chiavi della porta, da quell’incontro con il Napoli, restarono sue per altre 219 partite nel massimo campionato. L’apoteosi la raggiunge con la vittoria del primo storico tricolore della Viola, conquistato nella stagione 1955-56; la prima delusione al termine dell’annata successiva, coincisa con la sconfitta nella finale della neonata Coppa dei Campioni, persa contro il Real Madrid di Di Stefano, Gento e Kopa. Con i toscani, però, qualche soddisfazione se la toglie andando a vincere una Coppa Italia nel 1961 e una Coppa delle Coppe nello stesso anno, oltre all’itinerante Coppa Grassopphers, della quale fu disputata un’unica edizione.

Sarti, l’Inter e la leggenda

Con l’emergente Enrico Albertosi che guadagna sempre più credibilità, per Sarti arriva il momento della consacrazione assoluta: è il 1963 quando passa all’Inter di Herrera, fresca scudettata, pronto per dare inizio a uno dei cicli più vincenti della storia del calcio italiano. Fra i pali dei nerazzurri Sarti colleziona 147 in Serie A, conquistando due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e due scudetti. Nella corazzata dei record di “Accaccone”, il suo è un ruolo fondamentale: il successo, Herrera lo costruisce proprio dalla porta, più che mai al sicuro nelle mani del gigante emiliano. Arriverà però il 1966-67, l’annus horribilis della Grande Inter che, nella parte finale di stagione, avrebbe potuto mettere le mani sul campionato e sulla terza Coppa continentale, incappando invece nella sconfitta di Lisbona contro il Celtic e nello storico errore dello stesso Giuliano che, in quell’incredibile trasferta di Mantova, all’ultima giornata, lasciò passare un pallone semplice nella propria porta, determinando la sconfitta per 1-0 e il sorpasso della Juventus di Heriberto Herrera. Ci avrebbe pensato per 40 anni, come ammetterà in seguito durante un’intervista alla “Gazzetta dello Sport”. Ma, per quanto fondamentale, resterà un unicum in una carriera straordinaria, giunto al termine di un’epopea di successi altrettanto straordinari e la valenza di Sarti, che proprio nei bianconeri terminerà la carriera professionistica, non ne esce certo ridimensionata. Anzi, con grande classe, si defilò dall’ambiente calcistico una volta appesi i guanti al chiodo, in punta di piedi come era entrato, lasciando nei cuori dei suoi tifosi la voce di uno speaker che, puntualmente, annunciava il suo nome nella prima terzina dell’undici interista: “Sarti, Burgnich, Facchetti…”. Il resto è già leggenda.

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