Il Papa al clero genovese: “La vita del cattolico è sempre in movimento” Nella Cattedrale di San Lorenzo, il Pontefice prega per i copti rimasti uccisi nell'attentato in Egitto

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“Per essere bravi pastori è necessario seguire lo stile di Gesù, che era quello del cammino, del movimento”. Nella seconda tappa della sua visita pastorale a Genova, Papa Francesco si rivolge così al clero ligure che gremisce la Cattedrale di San Lorenzo. Anche in questo incontro con i vescovi della Liguria, il clero, i religiosi, i seminaristi e i collaboratori laici, il Pontefice risponde ad alcune domande. Ma il pensiero di Bergoglio va all’Egitto, ieri teatro dell’ennesima strage contro i cristiani copti, uccisi a Minya per difendere la loro fede. Il Papa esprime il suo dolore chiedendo la preghiera di tutti i presenti: “Fratelli e sorelle, vi invito a pregare insieme per i nostri fratelli copti egiziani che sono stati uccisi perché non volevano rinnegare la fede. Insieme a loro, ai loro vescovi, a mio fratello Tawadros, vi invito a pregare insieme in silenzio e poi un’Ave Maria. E non dimentichiamo che oggi i martiri cristiani sono più dei tempi antichi, dei primi tempi della Chiesa. Sono di più”.

Imitare lo stile di Gesù

Più imitiamo lo stile di Gesù – esordisce Francesco – più faremo bene il nostro lavoro di pastori. E questo è il criterio fondamentale: lo stile di Gesù. Come era lo stile di Gesù come pastore? Sempre Gesù era in cammino. E i Vangeli, con le sfumature proprie di ognuno, ma sempre ci fanno vedere Gesù in cammino, in mezzo alla gente, la “folla” dice il Vangelo. Distingue bene il Vangelo i discepoli, la folla, i dottori della legge: i sadducei, i farisei … Ma distingue il Vangelo questo: è curioso. E Gesù era nella folla; se noi possiamo immaginare com’era l’orario della giornata di Gesù, leggendo i Vangeli possiamo dire che la maggior parte del tempo lo passava sulla strada. Questo vuol dire vicinanza alla gente, vicinanza ai problemi: non si nascondeva. Poi, alla sera tante volte si nascondeva per pregare, per essere con il Padre. E queste due cose, questo modo di vedere Gesù in strada e pregando, aiuta tanto per la nostra vita quotidiana che non è in strada, è in fretta: sono cose diverse”.

In cammino ma non di fretta

Il Papa prosegue: “Di Gesù si dice che forse era un po’ in fretta quando andava verso la Passione: ‘decisamente’ è andato a Gerusalemme. Ma un po’ questa abitudine, questo modo impazzito sempre guardando l’orologio – “devo fare questo, questo, questo… – questo non è un modo pastorale: Gesù non faceva questo. Gesù mai è stato fermo. E, come tutti quelli che camminano, Gesù era esposto alla dispersione, a essere frantumato. Per questo mi piace la domanda perché si vede che nasce da un uomo che cammina e non è statico. Non dobbiamo avere paura del movimento e della dispersione del nostro tempo. Ma la paura più grande alla quale dobbiamo pensare, che dobbiamo immaginare, è una vita statica: una vita del prete che ha tutto ben risolto, tutto in ordine, strutturato, tutto è al suo posto, gli orari – a quale ora si apre la segreteria, il tempio si chiude a tale ora – tutte…: io ho paura del prete statico. Ho paura, anche quando è statico nella preghiera, io prego da tale ora a tale ora. “Ma non ti viene voglia di andare a passare con il Signore un’ora di più per guardarlo e lasciarti guardare da Lui?”. Questa è la domanda che io dirò al prete statico, che ha tutto perfetto, organizzato… Io dirò che una vita così, tanto strutturata, non è una vita cristiana. Forse quel parroco è un buon imprenditore, ma io mi domando: è cristiano? O almeno vive come cristiano? Sì, celebra la Messa – sì, sì – ma lo stile è uno stile cristiano? O è un credente: un buon uomo, vive in grazia di Dio, ma con uno stile di imprenditore“.

Aperti alle sorprese di Dio

“Gesù sempre è stato un uomo di strada, un uomo di cammino, un uomo aperto alle sorprese di Dio. Invece, il sacerdote che ha tutto pianificato, tutto strutturato, generalmente è chiuso alle sorprese di Dio e si perde quella gioia della sorpresa dell’incontro. Il Signore ti prende quando non l’aspetti, ma sei aperto. Un primo criterio è non avere paura di questa tensione che ci tocca vivere: noi siamo in strada, il mondo è così. È un segno di vita, di vitalità: il papà, una mamma, un educatore sempre è esposto a questo e vive la tensione. Un cuore che ama, che si dà, sempre vivrà così: esposto a questa tensione. E anche qualcuno può fare la fantasia che: “Ah io mi farò prete di clausura, suora di clausura, e così non avrò questa tensione”. Ma anche i padri del deserto andavano al deserto per lottare di più. Quella lotta, quella tensione”.

L’incontro col Padre e con le persone

I Vangeli – aggiunge – ci fanno vedere due momenti di Gesù, che sono forti: “l’incontro con il Padre e l’incontro con le persone. E la maggioranza delle persone con le quali si incontrava Gesù era gente che aveva bisogno, gente bisognosa – malati, indemoniati, peccatori – anche gente emarginata: lebbrosi. E l’incontro con il Padre: nell’incontro con il Padre e l’incontro con i suoi fratelli, lì si dà questa tensione: tutto si deve vivere in questa chiave dell’incontro. Tu, sacerdote, ti incontri con Dio, con il Padre, con Gesù nell’Eucaristia, con i fedeli: ti incontri. Non c’è un muro che impedisca l’incontro; non c’è una formalità troppo rigida che impedisca l’incontro. Per esempio la preghiera: tu puoi stare un’ora davanti al Tabernacolo, ma pregando senza incontrare il Signore; pregando come un pappagallo … ma tu perdi tempo così! La preghiera: se tu preghi, prega e incontra il Signore, stai zitto, lasciati guardare dal Signore; dire una parola al Signore, chiedere qualcosa. Stai zitto, ascolta cosa dice, cosa ti fa sentire: incontro. E con la gente lo stesso. Noi preti sappiamo quanto soffre la gente quando viene a chiederci un consiglio o una cosa qualsiasi … “Sì, sì, sì ma adesso non ho tempo, no, no…”. Di fretta, non in cammino, di fretta: quella è la differenza. Quello che è fermo e quello che va di fretta mai si incontrano”.

Al servizio dei poveri

Il Papa ricorda un bravo sacerdote che “aveva una genialità grande: è stato professore di letteratura di alto, altissimo livello, perché anche lui era un poeta e conosceva bene le lettere. E quando è andato in pensione – è un religioso – ha chiesto al suo provinciale che lo inviasse a una parrocchia delle baraccopoli, con i poveri poveri. Per avere questo servizio, un uomo di quella cultura, è andato lì davvero con la voglia di incontrare – era un uomo di preghiera –, di continuare a incontrare Gesù e incontrare un popolo che non conosceva: il popolo dei poveri; è andato con tanta generosità. Quest’uomo apparteneva alla comunità dove ero io, la comunità religiosa. E il provinciale gli aveva detto “un giorno alla settimana vai in comunità”; e lui veniva spesso, parlava con tutti noi, si confessava, approfittava e tornava. Un giorno mi dice: “Ma questi teologi … gli manca qualche cosa”. Io gli dico: “Ma cosa gli manca?”. “Per esempio, il professore di ecclesiologia, deve fare due tesi nuove”. “Sì, quali?”. E lui diceva così: “Il Popolo di Dio, la gente nella parrocchia, è ontologicamente stufante, stufa; e metafisicamente, essenzialmente ‘olimpico’”. Cosa vuol dire “olimpico”? Che fa quello che vuole; tu puoi dargli un consiglio ma poi si vedrà. E quando tu lavori con la gente la gente ti stanca e anche delle volte ti stufa un po’. Ma è il Popolo di Dio: pensa a Gesù, che lo strappavano da una parte, dall’altra”.

Mai lasciarsi stancare dalla gente

Sempre la gente stanca – ha aggiunto il Papa – ma lasciarsi stancare dalla gente; non difendere troppo la propria tranquillità. Vado in confessionale, c’è la coda, e poi io avevo in mente di uscire… non la Messa, ma una cosa che si poteva fare o non fare. Ecco allora, io avevo in mente questo, guardo l’orologio e cosa faccio? È una opzione: rimango nella strada del confessionale e continuo a confessare fino a che finisca o dico alla gente: “Ma un altro compromesso, mi dispiace, arrivederci”. Ma sempre incontro con la gente. Ma questo incontro con la gente, che è tanto mortificante, è una croce, eh? Incontrare la gente è una croce, perché forse ci saranno nella parrocchia una, due, dieci persone – vecchiette – che ti fanno un dolce e te lo portano, buone… Ma quanti drammi tu devi vedere… E questo anche stanca l’anima e ti porta alla preghiera di intercessione“.

Essere uomini d’incontro

Uno dei segni che non si va bene per strada – ha detto – è quando il sacerdote parla troppo di sé stesso, troppo; delle cose che fa, che gli piace fare o autoreferenziale è un segno che quell’uomo non è un uomo di incontro, al massimo è un uomo dello specchio, gli piace specchiarsi, rispecchiare sé stesso; ha bisogno di riempire il vuoto del cuore parlando di sé stesso. Invece il prete che porta una vita di incontro, con il Signore nella preghiera e con la gente fino al finire della giornata, strappato – San Luigi Orione diceva: “Come uno straccio” … quella stanchezza è santità, sempre che ci sia la preghiera. Al contrario potrebbe essere anche una stanchezza di autoreferenzialità. Dovete, voi sacerdoti, esaminarvi su questo: sono un uomo di incontro? Sono uomo di tabernacolo? Sono uomo di strada? Sono uomo di orecchio, che sa ascoltare? O quando incominciano a dirmi le cose, io: “Sì, sì questo è così, così e così…”. Mi lascio stancare dalla gente? Questo era Gesù. Non ci sono formule; non ci sono formule di quelle, altre formule. Gesù aveva una chiara coscienza che la sua vita era per gli altri: per il Padre e per la gente, non per sé stesso. Si dava, si dava: si dava alla gente, si dava al Padre nella preghiera. E la sua vita anche l’ha vissuta in chiave di missione: io sono inviato dal Padre per dire queste cose”.

Photo by L’Osservatore Romano

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