Il sale della politica

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Liu Xiaobo

L’illusione non si mangia”, disse la donna.
Non si mangia, ma alimenta”, ribatté il colonnello.

Prendo in prestito questo folgorante scambio di battute, tratto da “Nessuno scrive al Colonnello” – romanzo breve di Gabriel García Márquez – perché illumina, più di mille parole, la strada che mi avete chiesto di percorrere. Come? Semplicemente sostituendo illusione con cultura. Ai miopi cantori dell’infelice mantra “La cultura non si mangia”, permettetemi, allora, di rispondere: “Non si mangia, ma alimenta”.

Risposta che – lo confesso – do con un certo disagio. Il disagio di vedermi costretto a sottolineare, per l’ennesima volta, una cosa che – soprattutto in un Paese come il nostro – dovrebbe essere ovvia; un dato di fatto, un punto di partenza e non un punto di arrivo verso il quale, suggerire di metterci – faticosamente – in viaggio.

L’ovvio non può essere una conquista. Non deve. O l’umanità non farà mai un passo avanti. La domanda, allora, è: come mai siamo arrivati a questo punto? Perché un’ovvietà ci sembra una conquista, per di più inarrivabile?

Perché abbiamo commesso l’errore più grave che potevamo commettere: considerare libertà e democrazia conquiste irreversibili. Non è così. Nulla, infatti, è più difficile da conquistare e, allo stesso tempo, più facile da perdere di democrazia e libertà. Niente è più bello; niente è più fragile. Perché? Per la natura umana, suggerisce una delle più grandi menti della modernità: “Nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà!”, scrive Dostoevskij ne “La leggenda del Grande Inquisitore“. E aggiunge: “Non c’è per l’uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura”. Ecco perché. Guardiamoci intorno: la realtà che ci circonda – da Sud a Nord, da Oriente a Occidente – lo testimonia con inquietante evidenza quotidiana.

“Stiamo assistendo al rifiuto su scala mondiale della democrazia liberale e alla sua sostituzione con una qualche forma di autoritarismo populista”. Non sono parole mie, ma di Arjun Appadurai, uno tra i più importanti antropologi viventi. Lui e altri quattordici tra i più grandi intellettuali del Pianeta, hanno cercato di spiegare la crisi del tempo che viviamo, in un saggio – uscito pochissimi giorni fa – che ha un titolo che la dice lunga sul nostro presente: “La grande regressione”.

Ci siamo illusi e la Storia, ora, ci presenta il conto. E – come vediamo da tutto quello che accade intorno a noi – è un conto salatissimo. Il tema che mi è stato affidato è, allo stesso tempo, semplicissimo e impossibile. Semplicissimo, perché può essere felicemente sintetizzato in un chiasmo rivelatore: “Cultura è Politica. Politica è Cultura”. Impossibile, perché tutto dipende dai contenuti che diamo a queste due parole.
La cultura dovrebbe nutrire la politica e la politica, a sua volta, alimentare la cultura. Cosa succede, però, se il nutrimento è insufficiente o di pessima qualità o entrambe le cose? “Il sale è una cosa buona – recita il Vangelo di Marco – ma, se il sale diventa insipido, con che cosa gli ridarete sapore?”

Non ho mai creduto alla contrapposizione tra “società civile” e “politica incivile”. È una contrapposizione falsa e strumentale. Ogni albero dà i suoi frutti. Alberi buoni danno frutti buoni; alberi cattivi, frutti cattivi. L’albero della politica è l’uomo.
Se egli è civile, la politica sarà civile; se, invece, è incivile, la politica sarà incivile quanto lui.

Possiamo – in tutta coscienza – definire civile la società nella quale viviamo? Non mi riferisco soltanto al nostro Paese: parlo in generale.
Se mi guardo intorno, per quanto doloroso possa essere doverlo ammettere, sono costretto a rispondere di no. Ha ragione l’evangelista Marco – dunque – quando scrive: “Abbiate sale in voi stessi”. Il sale della politica o è in noi o non c’è.

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