COME DIFENDERSI DAL “BLUE WHALE GAME”

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blue whale game

L’ideatore, o meglio, uno degli ideatori dell’orribile gioco suicida online rispondente al nome di “Blue Whale game” ha un nome e un cognome: Philipp Budeikin, 22 anni, studente di psicologia attualmente detenuto in un carcere di San Pietroburgo, tratto in arresto per aver istigato centinaia di adolescenti a togliersi la vita in tutto il Paese. Sguardo gelido e parole deliranti, il 22 enne non si è affatto mostrato pentito di quanto la sua perversione aveva messo in atto, limitandosi alla seguente affermazione: “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”. Il folle “gioco” era salito alla ribalta qualche mese fa, e In Terris era stato tra i primi a parlare (e condannare) di quanto allora si era manifestato come una voce ancora in cerca di riscontri effettivi. La notizia di una possibile giovane mente dietro alla creazione della “moda” suicida del web era trapelata già in precedenza ma, fino a oggi, non si era avuta nessuna conferma ufficiale in merito. A diffondere nel Vecchio continente la notizia dell’arresto (e le parole del giovane criminale), prontamente ripresa dalle testate italiane, è stato il sito britannico “Metro.co.uk”. Un quadro sconcertante: quelli che il folle Budeikin definisce “scarti biologici” non sono che adolescenti in difficoltà, persi fra le maglie della rete e adescati con la falsa promessa di una “liberazione” dal loro stato di incertezza, spesso tipico di quell’età. La mobilitazione dell’informazione (in particolare il servizio dedicato alla questione dal programma “Le Iene”) ha certamente contribuito a identificare il problema e arrestare uno dei fautori di tale follia ma, a ogni modo, il problema della necessaria vigilanza che il vasto mondo della rete richiede, specie quando a utilizzarlo sono i più giovani, non ne esce per nulla sminuito. E anche di questo si parlava nel precedente articolo che In Terris ha dedicato all’argomento, e che di seguito riproponiamo: è fondamentale conoscere i rischi della disinformazione e del web ma, soprattutto, essere consapevoli che il vero aiuto non si cela dietro uno schermo, ma nell’ascolto e nell’affetto della propria famiglia e dei propri amici.

“Blue whale game”, uccidersi per gioco

“Guarda film horror per 24 ore”, “svegliati ogni giorno alle 4.20 del mattino”, “incidi sul tuo braccio una balena con il coltello”: sono solo alcune delle orribili “sfide” lanciate dalla piattaforma online che risponde al nome di “Blue whale game”, la nuova inquietante “moda” virtuale arrivata dalla Russia che spinge i giovani utenti del web in un’alienante e masochista battaglia di 50 giorni con se stessi, fino alla dannata prova decisiva: “Trova il palazzo più alto… e salta”. Qualcuno, anzi, più di qualcuno è a quanto pare arrivato fino in fondo: sarebbero stati finora oltre 130 i suicidi, secondo quanto riportato dai media russi. Le ultime, due ragazze che sono state rinvenute ai piedi di un edificio, dal quale entrambe avevano deciso di lanciarsi onorando l’ultima folle provocazione apparsa sul loro schermo e non prima di aver concluso la propria “navigazione” twittando la parola “fine” sui loro profili. Una fine innaturale, istigata, frutto di una mente perversa che, sfruttando le instabilità caratteriali dei giovani, ha pensato di creare una macchina del male, convincendo le personalità più vulnerabili che dal vortice di naturali incertezze dell’adolescenza non ci fosse via d’uscita. Per diverso tempo non sono giunte conferme ufficiali ma, a quanto pare, la delirante “sfida” web ha travalicato i confini russi, arrivando anche in Europa. A ogni modo, che venga o meno provata la correlazione tra i suicidi e il terribile “gioco”, la natura del dramma non viene sminuita: “Blue whale game” o meno, i dati restano preoccupanti e vanno a inserirsi in un discorso certamente più ampio.

“Blue whale game”

Una sfida alle leggi dell’etica: il “Blue whale game”, così come è stato presentato, non ha nulla di umanamente concepibile eppure è riuscito a serpeggiare nel morbido e malleabile terreno dell’adolescenza, quel periodo nel quale i ragazzi cambiano e decidono, tra educazione genitoriale, errori ed esperienze, cosa faranno e chi diventeranno da grandi. E lo fanno bilanciando la propria vita tra il godere della bellezza della gioventù e l’aprire i propri orizzonti su sogni e aspirazioni del domani. Ecco, il “gioco” della balena blu vuole negare tutto questo, veicolando il suo messaggio di morte sui canali troppo (o troppo poco?) sensibili della rete, riciclando in un teatro dell’assurdo i dubbi e le frustrazioni tipiche di quell’età, fomentandone i lati meno positivi e convogliandoli in un percorso di 50 lunghi giorni, fatto di sfide e provocazioni, fino a quella finale. Letale.

Follie virali

Colpa di chi? Di un mondo troppo vasto da controllare come quello della rete o di una difficoltà di comunicazione fra genitori e figli che, troppo spesso, viene soppiantata da quella più facilmente fruibile del web? Forse un po’ di entrambe ma è pur vero che, non certo da un giorno, una generazione “annoiata” trova sfogo violento attraverso la moda del “challenge” (ovviamente nella sua accezione negativa), dando vita a iniziative folli e insensate, volte non solo alla distruzione di se stessi ma anche all’infliggere dolore agli altri, addirittura perfetti sconosciuti. E’ il caso del cosiddetto “knockout game”, il “gioco” (anche qui un termine relativo) di matrice statunitense e presto importato anche in Italia che consiste nello sferrare un violento colpo in faccia senza preavviso (e facendosi riprendere) a un passante scelto a caso, per poi fuggire subito dopo lasciandosi andare a un divertimento tanto sadico quanto effimero, ovviamente postando poi il video della “performance” per stimolare altri a seguire l’esempio. E la lista potrebbe proseguire, ad esempio con la “Clown hysteria”, anch’essa una folle moda d’oltreoceano che, sfruttando l’ancestrale coulrofobia che accomuna molti individui, consiste nel travestirsi da pagliaccio (sul modello della creatura “It”, creata dalla penna dello scrittore Stephen King) e spaventare il malcapitato passante, appostandosi dietro siepi o alberi. O, ancora, la sfida di alcuni giovani italiani che, sdraiandosi di notte sulle strisce pedonali, scherniscono il destino alzandosi appena prima del passaggio delle auto, oppure appostandosi nei pressi di una ferrovia per scattare un selfie con un treno in corsa alle spalle (sfida che ha portato alla recente tragica morte di un tredicenne di Soverato). E si potrebbe andare ancora avanti, citando ad esempio tutti i drinking game legati al mondo dell’alcol, dall’ubriacatura estrema (naturalmente per scommessa) ai superalcolici negli occhi.

Una noia “mortale”

Che si tratti di perversioni dovute a culti morbosi di opere letterarie o cinematografiche, o di pratiche virali dettate da chissà quali “mode” virtuali, la sostanza non cambia: l’influenza dei mezzi di comunicazione incide tanto, troppo sulla vita delle persone, in particolar modo su quella dei più giovani, maggiormente suscettibili a influenze esterne, troppe volte non congrue al loro percorso di crescita. Ancor più preoccupante è il fatto che sia proprio la nuova generazione ad essere assoggettata da questo tipo di atteggiamenti, evidenziando una sempre maggiore avversione alle naturali prospettive di vita e una propensione all’apertura “facile” verso idee sbagliate, fomentate da personaggi estranei, nella maggior parte dei casi celati dietro uno schermo. Fa sicuramente riflettere il dato che, come spesso emerge dalle testimonianze dei giovani coinvolti in questo tipo di bravate, il motivo propedeutico altro non sia che la noia, forse dettata dalla consapevolezza inconscia di possedere tutto quanto di materiale si possa avere, cedendo così all’assurdità delle effimere ebbrezze nelle quali sfogare la propria frustrazione interiore. Nel caso del “Blue whale game”, però, è ancora peggio. Nessuna ricerca del gesto eccitante o dello sfogo: solo un percorso di avvilimento esistenziale, mascherato da sfida ma, in realtà, un invito a credere nella menzogna dell’inutilità della vita.

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